domenica 28 gennaio 2007

"Noi parliamo alla gente, loro all'élite". Silvio Berlusconi

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=152554&START=0&2col=

I passaggi salienti dell'intervento di Berlusconi al convegno di Liberal.

sabato 27 gennaio 2007

Intervista a Berlusconi: "E' demagogia low cost". Alberto Orioli

La «lenzuolata» di Bersani? Per il leader dell'opposizione Silvio Berlusconi (70 anni), che ha appena incoronato Fini, e lanciato la campagna sulla riforma Gentiloni, dimostra solo che«il Governo Prodi si muove su un doppio binario: da un lato la vecchia politica degli annunci roboanti, dall'altro modesti provvedimenti varati per gettare fumo negli occhi dell'opinione pubblica. Ieri i tassisti, oggi i benzinai o i parrucchieri».Ma Casini, e qualche giorno fa anche Fini, hanno mostrato aperture verso le liberalizzazioni. Il tema delle liberalizzazioni è stato, ed è tuttora, un pilastro del nostro programma. Come potremmo essere contro?Prodi dice che voi non avete mai avuto il coraggio di affrontare questi temi e che da oggi «l'Italia cambia faccia». Ma come si fa a dire,come ha detto Prodi, che sono "misure che rilanciano il Paese"? Come si fa ad affermare che decisioni minimali come la trasparenza della pubblicità dei voli low cost rendono "l'Italia più competitiva nel mondo"? Le "lenzuolate" di provvedimenti, dove c'è di tutto e di più,ma non le cose importanti,testimoniano soltanto del tasso di incapacità riformatrice di questo Governo. Sotto il lenzuolo, niente. O meglio: sotto il lenzuolo si nasconde soltanto la volontà di demolire le liberalizzazioni di sistema,quelle vere, quelle varate dal mio Governo nella scorsa legislatura, fondamentali per la crescita del Paese. Hanno accantonato una straordinaria riforma della scuola.Intendono stravolgere la legge Biagi, che ha portato al minimo storico il tasso di disoccupazione. Non c'è riforma del mio Governo che la sinistra non tenti di azzerare. Noi siamo, come sempre, aperti al dialogo e chiediamo al Governo di cambiare atteggiamento.
Si parla di una commissione bicamerale per gestire il dialogo tra Governo e Parlamento sui temi delle liberalizzazioni. È favorevole? In tema di riassetto dei mercati, cioè di vere liberalizzazioni, non credo che occorrano iter diversi dalle normali procedure parlamentari. Basterà evitare che tutto si risolva come è accaduto per la Finanziaria in Senato, dove la legge più importante dell'anno è stata approvata con una sola votazione, prendere o lasciare.
Lei, da imprenditore e da uomo della politica, ritiene realistico il progetto "aprire un'impresa in un giorno"? Abbiamo guardato con interesse a quel progetto e siamo stati i primi a ricordare che negli Stati europei dove l'economia è cresciuta a ritmi straordinari, come l'Irlanda, le imprese possono nascere rapidamente, senza troppi adempimenti burocratici. Si pensi che nel Regno Unito la partita Iva viene assegnata dall'amministrazione fiscale solo dopo che siano state emesse un certo numero di fatture, cioè dopo che l'impresa è stata effettivamente avviata ed è diventata operativa.Dunque si può fare. Il progetto "un'impresa in un giorno"resta poco più di uno slogan. Il provvedimento del Governo è solo un disegno di legge che non si sa se e quando diventerà legge.Val la pena di ricordare che una forza della maggioranza, i Verdi, si è messa si traverso circa la possibilità di autocertificazione della Valutazione di impatto ambientale.Un pezzo di carta che gli imprenditori devono aspettare non per giorni, ma per mesi. Se non verrà superata questa resistenza, saremo punto e a capo.Detto questo, è un progetto che può funzionare solo se non sposta nel tempo il mare di adempimenti necessari a far lavorare un'impresa. A che serve aprire un'impresa in un giorno, se dal giorno dopo il nuovo imprenditore deve occuparsi più di scartoffie che di prodotti e di mercati? Su questo occorre intervenire in parallelo. Cancellando lacci, lacciuoli e adempimenti burocratici spesso cervellotici e vessatori. Purtroppo questo Governo, che si vanta di far "aprire un'impresa in un giorno",ha sottoposto ad autorizzazione preventiva dell'Agenzia delle entrate l'apertura della partita Iva che finora avveniva in automatico.
A proposito di imprese.Le Pmi cercano una nuova riconoscibilità sociale che non è fatta solo di incentivazioni, ma di minore pressione burocratica, di minore vessazione fiscale, di riconoscimento di ruolo.Cosa deve fare le politica? E perché se ne deve parlare ancora dopo una legislatura gestita dal centrodestra, schieramento che si considera vicino a questo mondo? Abbiamo realizzato un grande lavoro di snellimento della burocrazia e di riorganizzazione dello Stato. La nostra strategia di riduzione delle tasse e della spesa pubblica ha puntato proprio in questa direzione. Come molti economisti liberali degli ultimi decenni hanno messo in luce, occorre costringere la pubblica amministrazione a ritirarsi nel suo perimetro e svolgere solo quei compiti che non possono essere svolti dai privati. La nostra riforma costituzionale, di impronta federalista, andava esattamente nella direzione della sussidiarietà e della maggiore efficacia dell'azione pubblica negli ambiti che competono alle amministrazioni. Purtroppo la demagogia della sinistra ha prevalso nel referendum confermativo e ha così fatto segnare un passo indietro nel processo riformatore. Se si considera che il Governo oggi in carica ha invertito la marcia in materia fiscale, con una Finanziaria che non ha precedenti in termini di vessazione per famiglie e imprese, è chiaro che quei milioni di imprenditori che rappresentano il vero motore produttivo del Paese si sentano in difficoltà. Lo Stato è tornato a essere il loro socio di maggioranza attraverso il prelievo fiscale e un'oppressione burocratica che sono destinati solo a crescere.
Lei è un liberale, ma su molti temi anche il suo Governo ha ceduto a spinte stataliste. Facciamo un po' di esempi: il pubblico impiego. È rimasto un settore protetto e le dinamiche salariali hanno continuato a progredire fuori linea... Vero. Su questo versante abbiamo incrementato le risorse da destinare alle retribuzioni dei pubblici dipendenti. Ma non siamo riusciti a completare quella riforma che avrebbe dovuto garantire più produttività e maggiore efficienza.
Secondo esempio: i servizi pubblici locali. Sbaglio o è la Lega ad averne impedito la liberalizzazione? Nella Finanziaria del 2002 avevamo previsto una serie di norme per la liberalizzazione del mercato dei servizi pubblici locali e la privatizzazione delle ex municipalizzate.Allora la Lega si oppose temendo che le nostre utilities locali, da poco uscite dall'ambito della pubblica amministrazione, fossero facile preda di imprese europee, in particolare francesi. Da allora a oggi sono cambiate molte cose. In particolare si è sviluppato un coacervo di interessi tra le aziende di servizi pubblici locali e le cooperative rosse, con la nascita e l'abnorme crescita di centri di potere politico ed economico che operano senza alcun riguardo per la qualità e l'efficienza dei servizi,che praticano prezzi da monopolisti a cittadini e imprese e che rappresentano un'anomalia certa nel mercato. Si tratta di un nuovo statalismo municipale che va rapidamente smantellato, nell'interesse delle imprese e dei cittadini italiani. Sulle cooperative rosse e sui loro privilegi, che consentono di operare come autentiche holding finanziarie che controllano società quotate in Borsa, lanceremo presto una forte iniziativa. Sfideremo il Governo a liberalizzare veramente questo settore e a ristabilire regole di leale concorrenza tra imprese.
Lei prima ha citato la legge Biagi. Il Governo annuncia modifiche. Quali sono le conseguenze se cambiano le norme? Vorrei fare un passo indietro e senza nessuna vena polemica. Vede, la legge Biagi non nasce con il mio Governo. Nasce prima. Esattamente nel marzo del Duemila.E non nasce a Roma.Nasce a Lisbona. Lì, in un Consiglio europeo straordinario, vengono definite le linee guida per la crescita del Continente nel primo decennio del Terzo Millennio. Il presidente della Commissione europea dell'epoca era Romano Prodi, ilpresidente del Consiglio che rappresentava l'Italia era Massimo D'Alema. Al primo punto di quella che poi divenne l'"agenda di Lisbona" c'era la crescita dell'occupazione in Europa. Per favorirla erano necessarie alcune misure strutturali sulle quali tutti concordarono: Commissione europea, con Prodi in testa; singoli Governi, compreso quello italiano. E fra queste misure c'era una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro,una maggiore partecipazione al lavoro,allungando l'età di pensionamento, un minor prelievo fiscale su famiglie e imprese. Il mio Governo ha assunto l'Agenda di Lisbona come punto di riferimento. È da quell'agenda che nascono la legge Biagi, la riforma delle pensioni, la riforma fiscale. Se l'attuale Governo vuole cancellare tutti questi provvedimenti (la riforma fiscale è stata già annullata con la Finanziaria) vuol dire che il Prodi presidente del Consiglio non è nemmeno lontano parente del presidente della Commissione.E vuole anche dire che questo Governo non lavora per dare un'occupazione ai giovani. La legge Biagi sta infatti oggi manifestando compiutamente i propri effetti. Il numero totale degli occupati ha superato il record storico dei 23 milioni e la crescita riguarda proprio le fasce più deboli del lavoro. Le donne occupate infatti stanno crescendo di una percentuale più che doppia rispetto agli uomini; la disoccupazione giovanile è crollata; la disoccupazione meridionale, così come il tasso di disoccupazione nazionale, sono al minimo storico.Ha mai pensato che detassare gli straordinari può significare recuperare il cosiddetto sommerso del Nord, fatto di ore di lavoro extra svolte in nero per la reciproca convenienza del lavoratore e del datore di lavoro nell'eludere il fisco? La detassazione degli straordinari è stato un punto qualificante del nostro programma per le scorse elezioni politiche.Perché non l'avete realizzato prima? Se fossimo rimasti al Governo l'avremmo già realizzata. La riproporremo con decisione.Ci sono oggettive difficoltà tecniche e procedurali da superare, ma abbiamo già studiato le opportune formule fiscali. Sono altri i veri ostacoli: sappiamo bene quanto la sinistra sia ostile non solo alla detassazione, ma agli stessi straordinari. Lo sanno bene gli imprenditori, costretti di volta in volta a estenuanti trattative con i sindacati, pur di tenere il passo delle crescenti richieste di mercato.
Le riforme per la Pubblica amministrazione. Il suo Governo ha fatto grandi sforzi, ma la digitalizzazione dell'amministrazione non è ancora completa... Abbiamo svolto un lavoro che ha avuto risonanza internazionale. Siamo stati i primi a proporre modelli di egovernment credibili e che alcuni Stati stanno mettendo in atto. Ma, anche in questo campo, cinque anni sono pochi, soprattutto se confrontati con i decenni di incrostazioni burocratiche che ci hanno preceduto. Le ricordo che il mio Governo ha introdotto la tessera sanitaria: un modello che sarebbe dovuto proseguire fino a trasferire sulla stessa tessera i dati personali di ognuno, tutti i dati.
Come giudica la "sfida sulle riforme" tra Montezemolo e Prodi? Temo che il vertice di Confindustria si sia inizialmente illuso sulle doti riformatrici di Prodi. Ora che la verità dei fatti appare esattamente come noi avevamo previsto nei giorni della campagna elettorale, le ragioni degli imprenditori emerse nell'incontro di Vicenza della scorsa primavera hanno avuto la loro consacrazione. Sono certo che oggi gli imprenditori sapranno far valere le loro ragioni.
Non crede che la rappresentanza politica si sia ridotta a rappresentazione di una somma di segmenti di interessi spesso in competizione tra loro (anche se nello stesso schieramento)? Come se ne esce? Non credo sia un fenomeno nuovo. Anzi, la politica italiana prima del 1994 ha spesso rappresentato in modo perfetto la struttura corporativa della nostra società. E nello scambio non virtuoso tra maggioranza e opposizione trovava spesso la sintesi a danno del bilancio dello Stato. Per decenni le leggi di spesa sono state approvate con il consenso del 99% del Parlamento. Oggi assistiamo al conflitto tra la rappresentanza di interessi di lobby e la volontà di agire nell'interesse dei cittadini. Il nostro faro per uscire da questa secca è il mercato. Noi vogliamo affidare al mercato tutto quello che il mercato può assicurare e lasciare allo Stato le sue funzioni essenziali: feluca, spada, bilancia e moneta, si diceva un tempo. Oggi che la moneta è europea, restano la politica estera e di difesa e la giustizia. È questa la sfida liberale del prossimo decennio.Mercato significa anche finanza.
Come valuta l'operazione IntesaSan Paolo? Teme il colosso finanziario considerato longa manus di Prodi? Io sono sempre favorevole alla crescita delle imprese e alla loro possibilità di competere alla pari nel mercato europeo e internazionale. Nella mia carriera di imprenditore ho dedicato molto tempo all'internazionalizzazione del mio Gruppo. Incontrammo non poche difficoltà e nessun sostegno da parte dei Governi italiani. Per questo ho salutato con soddisfazione la nascita di un grande gruppo bancario italiano di dimensione europea.Mi auguro che non si metta mai al servizio di nessuno, se non dei suoi azionisti, dei suoi clienti, del mercato. Se si mettesse a disposizione della politica, in quel momento verrebbe meno alla sua missione di impresa. Non dovrebbe accadere. Ma se accadrà non staremo a osservare in silenzio.
Le Generali. Anche lei, come D'Alema, è per la difesa dell'italianità? Trovo che certe espressioni siano più propaganda che sostanza. A meno che la sostanza non sia un'altra: il sostegno agli amici e agli amici degli amici.
Se potesse, comprerebbe l'Alitalia? Qualche idea per rilanciarla l'avrei, ma non ho alcuna intenzione di cimentarmi in questa sfida. Spero solo che chi entrerà nel capitale lo faccia avendo in mente lo sviluppo dell'impresa e non certo la partnership con lo Stato, l'unico "imprenditore" anomalo, visto che non può fallire.
D'Alema non ostacolerebbe l'integrazione tv tlc se fosse una naturale conseguenza dello sviluppo tecnologico. Lei che ne pensa? Che quella integrazione, già in atto, è la naturale evoluzione dello sviluppo tecnologico.

venerdì 26 gennaio 2007

Il giorno della memoria

Eugenio CORTI "Comunismo: la terribile carneficina".
Tratto da Il Timone, anno 1 (1999) novembre/dicembre, n. 4.

Oltre 200.000.000 di vittime. Questo il tragico bilancio del Comunismo realizzato. L'ateismo marxista ha combattuto Dio e ucciso l'uomo. "Dai loro frutti li potrete riconoscere" (Mt 7,20). La verità di questa massima evangelica, sempre attuale, ci porta a formulare un giudizio di severa condanna del Comunismo. La considerazione dei frutti, o, perlomeno, dato lo spazio limitato di un articolo, del più tragico di questi: l'altissimo numero di vittime che il comunismo ha provocato ovunque si è instaurato, obbliga ogni spirito libero a condannare nei termini più rigorosi una ideologia che, anzichè difendere le classi umili, ha finito con il far pagare, a prezzo della loro vita, proprio a milioni di poveri e di innocenti la follia di un progetto diabolico che pretendeva di costruire una società senza Dio. Basti ricordare, per fare un primo esempio, la lotta guidata da Stalin ai contadini piccoli proprietari che comportò nel 1929 e 1930 la deportazione-sterminio di 10 milioni di kulaki, più di 5 milioni di subkulaki, cui seguirono 6 milioni di morti di fame nella conseguente carestia "artificiale" del 1931-32 (con molti casi di cannibalismo). In questa lotta vennero dunque sacrificate complessivamente 21 milioni di persone.
Quante furono in totale le vittime in Unione Sovietica? Stando a quanto afferma il professore di statistica Kurganov, tra il 1917 e il 1959, cioè nei primi 42 anni di dominio comunista, le perdite umane dovute alle deportazioni nei campi di sterminio, alle condanne ai lavori forzati, alle fucilazioni di massa o alle carestie provocate dall'arresto e dalla deportazione di milioni di contadini furono più di 60 milioni. A confermare questo numero spaventosamente elevato di vittime, superiore di oltre dieci volte al numero degli Ebrei perito a causa dell'olocausto, va ricordato che il 28 ottobre 1994, in un discorso al Parlamento russo (Duma), Solgenitsin ha affermato che i morti dovuti al comunismo furono 60 milioni: nessuno, sia in Parlamento che fuori, ha sollevato obiezioni.

Per quanto concerne il numero delle vittima provocate dal Comunismo cinese, disponiamo di informazioni meno dettagliate, e di gran lunga meno documentate che per la Russia. Tuttavia, un calcolo molto vicino alla realtà è possibile. Anzitutto, per il decennio che va dal 1949 (anno della vittoria dei comunisti e della proclamazione della repubblica popolare) al 1958 riportiamo ciò che scrive l'ex ambasciatore d'Italia a Mosca Luca Pietromarchi: "In Cina... il comunismo ha causato la perdita, dal 1949 al 1958, di cinquanta milioni di vite umane... Inoltre 30 milioni di contadini furono inviati in campo di concentramento". Dopo di queste, negli anni del "Grande balzo in avanti" (1958-1960) e subito successivi, si ebbero le perdite più terrificanti, dovute alla carestia artificiale prodotta dall'espropriazione dei contadini. Secondo il famoso sinologo Lazlo Ladany (che fu per decenni redattore a Hong Kong del notiziario China News Analisys, da cui attingevano materia prima praticamente tutti i giornali occidentali) i morti di fame tra il '59 e il '62 sarebbero stati 50 milioni. Durante questi stessi anni e in quelli successivi fino al 1966 (anno d'inizio della "Grande rivoluzione culturale"), si ebbe inoltre lo stillicidio sistematico delle vittime dei "campi di rieducazione attraverso il lavoro". Secondo R.L. Walker ed altri sinologhi, il numero dei deportati oscillava allora tra i 18 e i 20 milioni; il che - volendo supporre, con ottimismo, una mortalità nei lager cinesi analoga a quella sovietica, cioè del 7-8% annua - comporterebbe un milione e mezzo circa di morti all'anno, dunque una dozzina di milioni per il periodo 1958-1965. L'unico studio sistematico a nostra conoscenza, relativo all'intera prima fase che va dal 1949 al 1965, è quello effettuato da Richard L. Walker per conto del Senato americano: studio che da - ripartendole per categorie - da un minimo di 34.300.000 a un massimo di 63.784.000 vittime, a seconda delle fonti. Vi mancano, però, quasi del tutto, i dati relativi alle vittime del "Grande balzo in avanti". Nel periodo successivo, cioè negli anni dal 1966 (inizio rivoluzione culturale), al '76 (morte di Mao), si ebbero appunto le vittime prodotte dalla rivoluzione culturale, che ammontano certamente a diverse decine di milioni. Un quadro fondato scientificamente del numero complessivo delle vittime fatte dal comunismo in Cina potrebbe essere suggerito dallo studio statistico di Paul Paillat e Alfred Sauvy, pubblicato nel 1974 sull'autorevole rivista parigina Population (n. 3, pag. 535). Da esso emerge che la popolazione cinese era in quell'anno inferiore di circa 150 milioni di persone a quella che avrebbe dovuto essere statisticamente, cioè in base al suo tasso di crescita pur calcolato in modo prudenziale.

In Cambogia, nel triennio 1975-1978, la percentuale di vittime innocenti da parte del Comunismo raggiunse una proporzione mai conosciuta prima nella storia dell'intera umanità. I capi comunisti Khmer il giorno stesso della presa del potere hanno deportato oltre metà della popolazione del loro sventurato Paese. Aggiungendosi la gente già da essi deportata in precedenza nelle zone in loro possesso, si arriva a circa l'80% della popolazione: in tal modo praticamente tutta la Cambogia venne trasformata in un enorme lager. Contemporaneamente alla deportazione, i capi Khmer diedero inizio all'eliminazione fisica di tutte le persone in qualche modo "contaminate" dal capitalismo (cioè, in Cambogia, dal colonialismo), procedendo all'annientamento degli ex detentori del potere, ex detentori dell'avere ed ex detentori del sapere. Complessivamente le vittime furono, in circa tre anni, vicine ai 3 milioni, su 7 milioni di abitanti che annoverava il Paese al momento della vittoria comunista (nell'aprile 1975): furono dunque superiori a un terzo dell'intera popolazione. L'obiettivo al riguardo dei capi-ideologi Khmer era contenuto in una terrificante circolare da loro distribuita alle autorità provinciali già nel febbraio del '76, che venne portata in Thailandia da un capo Khmer profugo: "Per costruire la Cambogia nuova un milione di uomini è sufficiente". Nel frattempo tutti i compiti di qualche importanza nella società venivano, per quanto possibile, affidati a bambini e ragazzi "non contaminati dal capitalismo" a motivo della loro età.

Negli altri paesi in cui i comunisti hanno preso il potere si ebbero (secondo il recente calcolo minimale di S. Courtois, "Il libro nero del comunismo"): in Corea del Nord 2 milioni di vittime, in Vietnam 1 milione, nell'Europa dell'Est 1 milione, in Africa 1.700.000, in Afganistan 1.500.000. Ma finchè non emergeranno notizie che possano fondatamente modificare la terribile contabilità dei massacri, si deve rimanere fermi sul totale di 215-220 milioni di vittime circa. Oggi in Italia un così sterminato massacro, di gran lunga il maggiore nella storia dell'umanità, è come se non ci fosse mai stato: ben pochi si sono curati di appurare la verità al riguardo. Le ragioni.

[...] Oggi tanti loro eredi pensano appunto, confusamente, che quegli orribili massacri, se non giustificati, siano stati però nobilitati dalle buone intenzioni iniziali. Va detto che queste stragi non avevano affatto lo scopo di conservare il potere ai comunisti (non sarebbero state necessarie): quelle stragi facevano parte - in parallelo con l'incremento della produzione materiale - del meccanismo che secondo Marx e Lenin avrebbe dovuta produrre una "società di uomini nuovi". Tale meccanismo presupponeva tra l'altro la "violenza come levatrice della società nuova". Si voleva, in pratica, far cambiare a ogni uomo la sua coscienza e la sua natura. Senza tenere nel minimo conto i reali risultati, che consistevano soltanto in montagne e montagne di cadaveri, i comunisti hanno insistito su questa strada perchè il fermarsi avrebbe comportato la rinuncia all'utopica società nuova - libera dai mali di tutte le società precedenti - per costruire la quale essi avevano ormai fatto un così sterminato numero di morti. [...]

giovedì 25 gennaio 2007

Il berlusconismo nella storia della Repubblica: continuità e discontinuità. Gaetano Quagliariello

Relazione al Convegno Identità e futuro Fondazione Liberal. Roma, 25 gennaio 2007.

Si può proporre una prima approssimativa definizione del “berlusconismo” dal punto di vista ideale. Esso si presenta come una forma di politicizzazione di ceti medi e popolari, attraverso il legame carismatico con una personalità estranea alla politica “ufficiale” e sulla base di un orizzonte ideologico di “liberalismo popolare”.Se questa definizione ha un fondamento, il “berlusconismo” deve considerarsi una rilevante novità, non soltanto rispetto all'orizzonte della storia repubblicana ma persino rispetto a quella dell’Italia novecentesca. Per intendere tale novità in tutta la sua portata, si deve però ripercorrere l’evoluzione politica di quel settore della società che corrisponde alla definizione di “ceti medi”. Questi avrebbero dovuto essere gli interlocutori “naturali” di una politica “liberale” mentre in Italia il liberalismo ha dimostrato un’endemica incapacità di legarsi ai ceti medi abbandonando l'originaria dimensione elitaria e alto-borghese.Se si vuole rintracciare la genesi di tale distacco bisognerà spingersi indietro nel tempo, fino al momento del formarsi di una politica di massa, nel corso dell’età giolittiana. Giolitti in particolare, interpretando il suo ruolo innanzitutto come ricerca continua di una mediazione fra interessi costituiti, aveva ritenuto di dover puntare sul perfezionamento dei tradizionali strumenti di controllo: i prefetti, l’apparato burocratico, il sistema elettorale maggioritario con collegio uninominale. Per questo, si era mostrato politicamente poco interessato a stabilire un collegamento organico proprio con i ceti medi non organizzati.Questi strati sociali, però, la cui presenza nella società e il cui peso politico andavano inevitabilmente crescendo non si rassegnarono a un ruolo ancillare. Essi, alla ricerca di una propria autonomia politica, voltarono le spalle alle élites liberali e furono piuttosto attratti dal movimento nazionalista prima e da quello fascista poi.In Italia, dunque, la politicizzazione dei ceti medi non è avvenuta tramite un moderno partito liberale e una cultura liberaldemocratica di massa, bensì attraverso la miscela di nazionalismo e antiparlamentarismo sfociata nell’adesione, più o meno attiva, al regime fascista.All’indomani della sconfitta e della fine dello Stato monarchico, essi espressero la loro inquietudine e il proprio disagio rispetto all’affermarsi della “repubblica dei partiti” in un primo tempo concedendo forza al fenomeno del qualunquismo (all’interno del quale, al di là di tutto, non si può ignorare la presenza di una componente di liberalismo popolare) per poi confluire, nel 1948, in massima parte nella Dc. L’anticomunismo fu uno degli elementi di fondo di tale nuova collocazione. Il che fa capire come fra il 1946 e il 1948 in Italia si giocò una partita decisiva fra Dc e Uomo qualunque proprio sul monopolio dell’anticomunismo. La vinse la Dc trasformandosi così da partito cattolico in partito della “borghesia italiana”. Ed essa ereditò per questo anche la dose di anti-antifascismo presente nell'elettorato dell'Uomo Qualunque: ovvero una diffidenza radicata verso la nuova mitologia resistenziale, la pedagogia antifascista e la sensazione, che la realtà vissuta nel ventennio precedente non corrispondesse alla vulgata che si stava diffondendo. La frana azionista e poi quella liberale, fra il 1946 e il 1948, derivarono dunque da questo mancato incontro con le proprie forze sociali di riferimento e furono all’origine della crisi della cultura politica liberale in periodo repubblicano perché ne costituirono, al tempo stesso, il sintomo rivelatore e il fattore scatenante.L’Italia della fine degli anni ’40 era ancora prevalentemente un Paese rurale, mentre le masse urbane esprimevano una naturale insofferenza nei confronti della politica che si traduceva in diffidenza verso i partiti e che, il più delle volte, finiva per investire la stessa dimensione parlamentare. Al cospetto di tale realtà un movimento liberale maturo avrebbe dovuto votarsi a una paziente opera di recupero politico, non rompendo i ponti con le sue masse di riferimento. La parte migliore della cultura liberale, invece – si pensi, ad esempio, all’esperienza del «Mondo» di Mario Pannunzio – preferì auto-confinarsi in un ruolo minoritario, non sopportando lo iato che esisteva fra i forti richiami alla "razionalità" e all’equilibrio degli interessi, di cui si diceva portatrice, e la realtà di quella parte del Paese alla quale, naturaliter, avrebbe dovuto rivolgersi. In quelle analisi c’era più di qualche elemento di verità. Ma esisteva anche, in quel liberalismo, una vocazione minoritaria e aristocratica che gli derivava da alcuni elementi di fondo della sua forma mentis.Al cospetto delle due Italie costrette ad una forzosa convivenza e che rappresentavano la realtà del Paese nel tempo della guerra fredda, il mondo liberale restava sovente “terzo”, oltremodo soddisfatto della sua “terzietà”. La sua supponente superiorità, quell’anticlericalismo gustoso, raffinato e composto al quale non intendeva rinunziare producevano un complessivo spaesamento rispetto alla realtà italiana, avvertita come frutto di un’arretratezza antica e di una corruzione nuova. Il liberalismo elitario della prima fase della Repubblica, insomma, non riusciva a intercettare il Paese e nelle sue potenzialità di sviluppo. Per esso l’Italia restava sempre e prevalentemente quella “alle vongole”.Questi atteggiamenti non facevano soltanto correre il rischio di un grave difetto e di percezione delle dinamiche e dei fermenti che percorrevano la società italiana. Essi, nel lungo periodo, avrebbero potuto anche comportare una conseguenza, magari involontaria, non scontata ma probabile: la fine dell’anticomunismo. Come era accaduto dopo la guerra, quando una parte rilevante dell’intellettualità crociana e liberale era entrata nell’orbita comunista appunto in nome del laicismo, così a partire dai tardi anni Sessanta la visione “sconfortante” della realtà nazionale rischiò di indebolire le ragioni dell’alleanza fra cattolici, socialisti e liberali e, conseguentemente, di offrire una chance all’opposizione comunista, percepita non più come alternativa radicale alla democrazia liberale ma come reazione alle ragioni di scandalo o di tensione presente nella società italiana. Non casualmente, anche in casati liberali, dei comunisti si cominciò ad apprezzare la serietà, la dedizione alla politica, il disinteresse. Sono le dinamiche che trovarono uno sbocco esemplare nell’impasto politico-culturale che anima la «Repubblica» di Eugenio Scalfari. Solo che, seguendo tale percorso, alla fine degli anni Settanta, il vecchio liberalismo elitario si trasforma geneticamente in “snobismo liberale” di massa.Non vi è dubbio che, nel corso di questo percorso, i ceti medi moderati abbiano subìto un’erosione: basti pensare al destino di alcune grandi città, come Roma e Napoli, un tempo roccaforti di destra. Il trapasso del “generone” romano dal catto-nazionalismo degli anni Cinquanta all’edonismo democratico e acculturato dei tempi di Nicolini rappresenta, in tal senso, un dato emblematico. In questo quadro però, la nascita del “berlusconismo” si presenta come una reazione alla smobilitazione che, insieme, coglie il rinnovamento del ceto medio (prodottosi a causa delle trasformazioni che nel frattempo hanno investito il mondo del lavoro e quello dell’industria in particolare) e fa ammenda di alcune colpe storiche del liberalismo politico italiano.
Nell’assolvere questo compito, il “berlusconismo” è stato aiutato dalla contingenza storica nella quale si è prodotta la sua nascita. Esso aveva alle spalle l’esempio delle esperienze thatcheriana e reaganiana che, sebbene risalenti al decennio precedente, acquistavano sul continente una rinnovata centralità a causa dei processi epocali messi in moto dall’implosione dell’impero sovietico. In Italia, in particolare, ciò significa che il modello consociativo fino ad allora vigente si rivela insostenibile dal punto di vista finanziario poiché gli elevati costi connessi al raggiungimento di un ampio consenso determinano inevitabilmente una spesa pubblica e un deficit pubblico insostenibili. Nel drastico mutamento di prospettiva che caratterizza questa transizione, il “berlusconismo” sin dalla sua nascita è stato portatore di una nuova cultura politica. Forza Italia ha avuto l’indubbio merito imporre un “nuovo linguaggio” in campo economico. Si è affermata in primo luogo la convinzione che l’imposizione fiscale rappresenta il nodo più sensibile delle politiche pubbliche mentre, in precedenza, era invece diffuso l'approccio secondo il quale il livello di imposizione fiscale da un lato sarebbe stato condizionato da finalità redistributive e dall’altro sarebbe consistito in una sorta di conseguenza contabile delle decisioni di spesa. A partire dal 1994 si è viceversa imposta una inedita sensibilità che rileva innanzi tutto nell’imposizione fiscale una riduzione della libertà personale che, come tale, dovrebbe essere ridotta al livello minimo indispensabile. Si trattò di una vera e propria rivoluzione copernicana che è giunta a far riconoscere erga omnes – quanto meno per la durata delle campagne elettorali salvo poi a smentirsi e, per questo, ad essere effigiati con il naso lungo di Pinocchio - che politiche di sviluppo e di crescita economica siano inevitabilmente associate a una riduzione della fiscalità.Nello stesso solco e, in questo caso, sulla scorta di quanto avviatosi già negli ultimi anni del primo periodo repubblicano, anche termini quali “privatizzazioni” e “liberalizzazioni” trovarono una definitiva legittimazione. Anche se, come si dirà in sede di conclusioni, su questi terreni lo iato tra le enunciazioni teoriche e le realizzazioni pratiche si presenta più significativo. Le conseguenze ideali di queste innovazioni culturali non si sono arrestate solo nell’ambito della politica economica. La rivalutazione complessiva del “modello anglosassone” infatti e, in particolare, la declinazione dell’esempio americano come esempio positivo, sono certamente dipese dalla ispirazione atlantica che la politica estera ha avuto negli anni di governo della destra. Esse, però, sono state anche alimentate dalla volontà di trovare ispirazione in una precisa cultura politica - e di politica economica in particolare – la quale, al cospetto delle crescenti difficoltà continentali, dimostra in ogni caso di saper rispondere meglio alle sfide poste dagli esordi del terzo millennio.
Resta da analizzare come il “berlusconismo” abbia superato i limiti che, per ciò che rileva la mia analisi, il liberalismo politico aveva dimostrato nella prima fase del periodo repubblicano. A me pare che questo compito sia stato assolto particolarmente bene in due ambiti che si presentano non privi di connessioni e rimandi: il rapporto con il mondo cattolico e la proposizione di un anti-comunismo che, sebbene postumo, ha saputo recuperare un vigore che andava disperdendosi.Forza Italia è il primo grande partito italiano che supera del tutto la frattura storica tra cattolici e laici. Questa forse, tra tutte, è l’eredità più importante che il “berlusconismo” ha ricevuto dall’ancien régime. E la deve, in primo luogo, al suo prospettarsi come “uscita di sicurezza” per tanti democristiani, socialisti, repubblicani, liberali che non intendevano andare a sinistra né hanno inteso darla vinta alla sinistra. Quest’eredità, però, non è restata inoperosa. Essa, interagendo con precise situazioni storiche, con il tempo, è stata messa a frutto.In questa prospettiva la linea del pontificato di Giovanni Paolo II ha rappresentato il vero punto di rottura nel rapporto tra cattolici e politica. Nell’orizzonte della Chiesa di Wojtyla lo spazio per salvare la Dc fu per forza di cose limitato. Come avrebbe annunciato al convegno ecclesiale di Loreto e ribadito a Palermo, la sua volle essere una pastorale culturale, che getta le basi affinché i cattolici siano prima di tutto credenti e, sulla base di alcuni principi inderogabili, compiano le proprie scelte politiche. Allora per i cattolici italiani cambiò definitivamente la modalità di rapportarsi alla politica. Se la Chiesa ha accresciuto la propria presenza dal pulpito e fuori, quanto restava della vecchia Dc ha finito per gravitare a destra e a sinistra, rispolverando il riferimento ai due grandi filoni del cattolicesimo liberale e del cattolicesimo democratico. E tuttavia, pur ridotte ai margini le proprie percentuali elettorali, i cattolici continuano a pesare come forza di pressione sociale e identitaria che non gravita in un partito unico. E che, se deve scegliere, decide nella maggioranza dei casi di scegliere Forza Italia. Anche in questo caso, dunque, il berlusconismo si è trovato a intercettare processi di più lunga durata per troppo tempo rimasti inespressi, che una crisi improvvisa ha portato a maturazione. Senza dubbio il "berlusconismo" scontò presso il mondo cattolico, agli esordi, l'immagine di movimento secolare alla ricerca del benessere individuale e del successo mondano, anche a scapito della solidarietà. In tal senso, l'omelia pronunziata dal Cardinale di Milano Carlo Maria Martini nel dicembre del 1995 in occasione della festa di Sant'Ambrogio, resta un documento emblematico. Ma con il passare del tempo, e in particolare dopo la svolta epocale del settembre 2001, quel secolarismo ha saputo combinarsi con una sempre più avvertita esigenza di recupero di una tradizione identitaria, realizzando in tal modo un ulteriore aggancio con alcune correnti di cattolicesimo popolare innanzitutto (ma non solo) lombarde e venete. Il contributo che in tal senso è derivato dalla riflessione svolta da Marcello Pera assieme all'allora Cardinale Joseph Ratzinger ha assolto un ruolo importante. Mentre nello stesso tempo la sinistra, impegnata a mediare tra la corrente di cattolicesimo democratico presente nelle sue fila e la componente di radicalismo relativista e di massa divenuta sempre più importante dopo il crollo delle ideologie tradizionali, si è trovata costretta, al più, a impostare il rapporto in termini «concordatari», non potendo riconoscere che ci sono dei valori sui quali un cattolico non tratta.Forza Italia, dunque, anche per lo specifico contributo portato in tal senso dal suo coordinatore nazionale Sandro Bondi, da partito nel quale laici e cattolici convivono si sta gradualmente trasformando in partito nel quale la distinzione tra questi due mondi perde senso politico, essendovi principi e valori della tradizione cristiana su cui si fondano le libertà e il rispetto per la persona che lo Stato laico in Occidente è stato sin qui in grado di garantire. E che, per questo, rappresentano un terreno di impegno condiviso.Anche l'ammenda del "berlusconismo" nei confronti dell'anti-comunismo deve essere colta alla confluenza di una continuità e di un nuovo tempo. Per quanto fin qui sostenuto, non è necessario soffermarsi più di tanto a ribadire l’esistenza di un deposito storico profondo – fatto di sensibilità, pulsioni istintuali, umori che hanno generato quello che si potrebbe definire un “anticomunismo esistenziale”. Di volta in volta ribattezzato “zona grigia”, “destra sommersa”, “maggioranza silenziosa”. Quest'atteggiamento ha incarnato un'avversione tanto profonda quanto spontanea di tanta gente per lo stravolgimento violento della “naturalità sociale” e delle esigenze più elementari della vita pratica che si intuiva, e si temeva, nel comunismo bolscevico e, più in generale, in ogni forma di costruttivismo. Con l’irrompere della guerra fredda, però, questo “anticomunismo esistenziale” fu in larga parte incorporato nell’ambito della funzione di stabilizzazione moderata del sistema politico che la Dc si era trovata a svolgere, in modo sempre più incisivo, sin dalla crisi del governo Parri.Per ragioni sistemiche e per ragioni politiche, però, l’anticomunismo “istituzionale” della Dc ha finito con l'assorbire - garantendolo ma in un certo senso anche soffocandolo - l'espressione dell'anti-comunismo esistenziale. Questa dinamica non ha subito mutamenti sostanziali sino al crollo della Prima repubblica. Fino al punto da determinare un’asimmetria sempre più evidente tra un anticomunismo funzionale alla gestione dei delicati equilibri interni ed esterni al partito di maggioranza relativa, ma in grado altresì di raccogliere l’opinione di quel “sommerso” moderato che negli anni Settanta avrebbe alimentato il “turiamoci il naso”, e le prassi consociative della incipiente “Repubblica conciliare”, sorrette ormai da una robusta pregiudiziale favorevole al Pci.La reazione a questa profonda trasformazione non si sarebbe prodotta innanzi tutto in casa democristiana. Essa, soprattutto, è stata merito di un gruppo di intellettuali radunati sotto le insegne del Psi di Bettino Craxi. Si trattò del recupero di un anticomunismo certamente più culturalmente sofisticato rispetto a quello "esistenziale" ma, non di meno, fu un anticomunismo esplicito. E fu questa esplicitazione del discorso anticomunista che, più di ogni altra cosa, ha messo in contatto il "craxismo" con il "berlusconismo", consentendo il passaggio di tanti dirigenti ed elettori del Psi nelle fila di Forza Italia.Vista in quest'ottica, il discorso anticomunista di Berlusconi non può essere ridotto, come si tende a fare, a una componente della sua strategia di comunicazione politica, a una forma nevrotica e ossessiva di demonizzazione dell’avversario o, nel migliore dei casi, a una ripetitiva figura retorica e di propaganda strumentale alla drammatizzazione dello scontro. Si è trattato, invece, del recupero di una molteplicità di profili intellettuali, morali, antropologici e istituzionali che hanno percorso il nostro Paese e della loro attualizzazione a partire dall'elementare postulato che la fine storica di un fenomeno non coincide affatto con il venir meno di una mentalità diffusa.
Da tutto ciò è possibile ricavare delle conclusioni essenziali. A me pare che la vera forza del "berlusconismo" sia consistita nell'aver saputo intercettare esigenze politiche che hanno attraversato carsicamente il periodo repubblicano e di avergli dato voce, sostanza, passione allorquando le mutate condizioni storiche avevano creato le condizioni affinché esse si manifestassero. Da qui, innanzi tutto, è derivato il suo subitaneo successo. Ma da tale caratteristica sono derivate anche altre conseguenze.Qualora, infatti, si accolga l'interpretazione tocquevilliana della transizione italiana, si dovrà constatare come tra la sua parabola e quella del berlusconismo si sia stabilito un perfetto parallelismo. Al punto che si deve considerare il "berlusconismo" come una struttura portante della transizione italiana: è difficile immaginare questa senza quello. Si pensi, ad esempio, al bipolarismo ovvero all'influenza esercitata dal modello partitico di Forza Italia.Questa così profonda compenetrazione del "berlusconismo" con un processo di rivolgimento storico aiuta anche a comprendere alcune ragioni delle sue persistenti indeterminatezze. Non si tratta tanto di sottolineare la mancanza di strutture e di classe dirigente, inevitabile per un fenomeno politico che ha avuto una genesi così repentina. Ancor di più, ha contato la circostanza che per il "berlusconismo" , a differenza di altri fenomeni europei che hanno segnato così profonde trasformazioni, sia mancato un momento di legittimazione istituzionale e, dunque, di conferma nazionale. In tal senso, ha certamente pesato una sottovalutazione. Ancor più, però, è pesata l'illusione dei suoi avversari (e in parte dei suoi stessi alleati) di avere a che fare con un fenomeno transitorio e riassorbibile, legato per lo più all'irripetibile epifania di un uomo. Da qui sono anche derivate le campagne di delegittimazione personale nei confronti di Berlusconi, con gli inevitabili corollari giudiziari. Da qui derivano tutt'oggi le campagne attendiste di alcuni alleati, tese a trovare l'espediente che possa accelerare la fuoruscita del "demone" assai più che a consolidare quanto di nuovo, e di buono, il "berlusconismo" ha portato nella politica italiana.Anche a causa di tali dinamiche, dunque, il "berlusconismo" si è trovato a determinare conseguenze assai più profonde in ambito sociale e del costume che non in ambito politico-istituzionale. Sul primo terreno esso è all'origine di alcuni processi epocali. Una maggiore mobilitazione politica dei ceti medi innanzi tutto, in luogo dell’adesione silenziosa e un po’ obbligata degli anni democristiani. Si inizia a determinare, cioè, la fine di ogni complesso di inferiorità verso le culture e il popolo di sinistra: si risponde a muso duro anche sui treni o fra la gente, si polemizza, ci si fa vedere in piazza. E poi si è attivato un processo di acquisizione di un consapevole sfondo politico-culturale di liberalismo popolare che si va strutturando come senso comune, fatto di adesione alla meritocrazia, di diffidenza anti-ideologica, di propensione per il mercato, filoamericanismo e persistenza dell’anticomunismo.Questa preminente caratterizzazione sociale se da un canto ha portato a radicare nel corpo dell'elettorato alcune novità, dall'altro ha anche maggiormente esposto il "berlusconismo" alle contaminazioni con il passato, soprattutto per quel che concerne il livello dei quadri intermedi. Ciò aiuta a spiegare il divario fra il piano delle enunciazioni e quello delle realizzazioni (particolarmente acuto nel campo economico, si pensi al capitolo delle liberalizzazioni) che si è manifestato – anche questa è un'ovvietà – soprattutto durante le fasi del governo.Va detto però, che qualora si consideri il berlusconismo nell'intero arco della sua storia, si potrà constatare come il divario tra intenzioni e realizzazioni sia andato gradualmente attenuandosi. Come se da ogni sconfitta – in questi tredici anni ve ne sono state diverse – piuttosto che il crollo ipotizzato, sia derivato un rilancio della sfida a un livello più alto e più concreto, in grado di assorbire in parte l'originaria distanza tra ciò che è auspicabile e ciò che è realizzabile. Dall'essere agli esordi un'uscita di sicurezza in senso siloniano, il "berlusconismo" si è gradatamente trasformato in una sfida verso un futuro che, per definizione, è aperto. Ed è questo suo tratto che ne fa, per quanti in vario modo vi partecipano, ancora dopo tredici anni, un'appassionante avventura.

Caso Mitrokhin: quelle falsità per cui nessuno chiederà scusa. Paolo Guzzanti

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=151997&START=0&2col=

E' bene che certe notizie siano diffuse e che circolino soprattutto tra gli scettici di sinistra.

mercoledì 24 gennaio 2007

Benzina, altro che cartello, colpevole è il Fisco. IBL

L’Istituto Bruno Leoni giudica “populista e usurata” l’accusa dell’Antitrust a nove compagnie petrolifere di aver posto in essere meccanismi collusivi tesi a mantenere alti i prezzi e a trasferire il maggior margine lordo dalla benzina al gasolio, parallelamente allo spostamento dei consumi nella stessa direzione.Per Carlo Stagnaro, direttore Ecologia di mercato dell’IBL, “l’Antitrust sta ancora una volta recitando il copione del 1999, quando rivolse ai petrolieri la stessa accusa, comminando multe record. Tutto finì in nulla, perché il Consiglio di Stato accettò il ricorso delle compagnie, criticando duramente l’Authority per aver imbastito sul nulla il suo procedimento.
È probabile che anche questa volta, se l’Antitrust arriverà fino in fondo, andrà così. Se l’Antitrust fosse un organismo elettivo, verrebbe quasi da dire che siamo entrati in campagna elettorale”.Aggiunge Stagnaro: “Anziché continuare ad accanirsi contro le compagnie, che sono responsabili di una fetta minoritaria del prezzo alla pompa, l’Antitrust dovrebbe indagare sulla struttura dell’accisa e chiederne una riduzione. È assurdo pagare un’imposta che colloca il prezzo italiano dei carburanti tra i più alti in Europa, e che è stata utilizzata per finanziare un numero di attività che nulla hanno a che vedere coi trasporti.
Ed è l’ora che i consumatori abbiano il diritto di smetterla di pagare, tra l’altro, per la guerra in Abissinia (1,90 lire, dal 1935), la crisi di Suez (14 lire, dal 1956), il terremoto del Belice (10 lire, dal 1968) e il contratto degli autoferrotranvieri (39 lire, dal 2004)”. Infine, “visto che i petrolieri sono accusati di aver trasferito i profitti dalla benzina al diesel, che dire dell’aumento del carico fiscale, che tra il 1996 e il 2006 è cresciuto del 14 per cento sulla benzina, del 53 per cento sul diesel?”.Sulla riduzione delle accise l’IBL sostiene la campagna www.StopAccise.com. Sul presunto comportamento opportunistico nella determinazione dei prezzi, è disponibile il Focus “Il dito e la luna”, liberamente scaricabile qui.

Berlusconi: così preparo la "seconda ondata". Michele Brambilla

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=151541&START=0&2col=

Un'intervista che condividiamo in pieno e che vale un programma di governo: da leggere assolutamente.

martedì 23 gennaio 2007

Il Sanguineti dei vinti. Filippo Facci

Dite a Edoardo Sanguineti, il poeta comunista secondo il quale gli eroi di Tienanmen erano solo «Quaranta ragazzetti innamorati del mito occidentale e della Coca Cola», che oggi in Cina la Coca Cola finalmente la vendono, e vendono pure la Pepsi Cola, e vendono pure la China Cola, una schifezza orrenda ovviamente copiata secondo la miglior tradizione locale. Dite a Edoardo Sanguineti che i giovani cinesi finalmente affogano nella Cola Cola, e però le autorità definiscono ancor oggi gli eccidi di Tienanmen come «sommosse controrivoluzionarie», ditegli che ci sono circa duecento persone che a distanza di 18 anni sono ancora incarcerate per quei fatti.
Ditegli che molti familiari delle vittime, ancor oggi, subiscono pressioni o vengono periodicamente arrestati, tanto che per spostarsi dalla città debbono ottenere dei permessi speciali. Raccontate a Sanguineti dello studente Fan Zheng, che nel 1989 fu amputato di ambedue le gambe sotto un carroarmato, e che la polizia regolarmente torna a interrogare.
Spiegategli che ogni 4 giugno, giorno in cui le famiglie di Tienanmen piangono i loro morti, le loro case sono sorvegliate affinché stiano in silenzio. Spiegategli che la parola Tienanmen, in Cina, non puoi neppure digitarla nei motori di ricerca: ti arrestano. Dite a Sanguineti, già teorico dell'odio di classe, che la classe in questo caso non c'entra niente, ma qui un pochino lo si odia. Ce l'ha fatta.

Afghanistan, kamikaze contro base Nato: uccisi 10 civili. Adnkronos

Un aiutino a Diliberto & soci da parte degli "amici" Talebani?

Obiettivo dell'attacco il Campo Salerno utilizzato in passato anche dalle truppe italiane nella missione Enduring Freedom

Un attentato kamikaze è stato compiuto contro una base Nato a Khost, 180 chilometri a sud est di Kabul, provocando la morte di dieci civili afghani eil ferimento di 14 persone. Obiettivo dell'attacco la base 'Salerno' utilizzata in passato anche dai militari italiani impiegati negli anni scorsi nella missione Enduring Freedom. Fonti militari sottolineano all'ADNKRONOS che base Salerno non veniva più utilizzata da anni dai soldati italiani.A Khost, infatti, operò nel 2003 la task force Nibbio, inizialmente costituita dal nono reggimento alpini della brigata Taurinense, successivamente avvicendato dal 187esimo reggimento paracadustisti della brigata Folgore. La task force Nibbio cedette il 15 settembre 2003 la responsabilità della propria area al primo battaglione dell'87esimo reggimento della decima divisione da montagna Usa.A quanto ha riferito il portavoce del ministero degli Interni afghano Zemarai Bashary, l'attentato è stato compiuto da un kamikaze che indossava una cintura esplosiva e si è fatto saltare in aria fra la folla dei civili afghani che stavano entrando alla base Nato per recarsi al lavoro, uccidendone dieci. I feriti sono 14 e sono stati ricoverati in un ospedale della Nato. La forza multinazionale Isaf ha confermato l'attentato, e ha precisato che nessun militare figura fra i morti o i feriti. L'attentato è stato rivendicato su un sito Web da Zabeeullah Mujahid, sedicente portavoce dei Talebani. La ricostruzione è tuttavia molto diversa. Il portavoce afferma che il kamikaze - Mohammed Hanif, afghano della provincia di Khost- era a bordo di un autobomba che si è schiantata contro un convoglio americano, uccidendo sei soldati americani e ''quattro spie afghane''.

lunedì 22 gennaio 2007

Telecom e quel che avevamo detto. Davide Giacalone

Le indagini sono giunte a Marco Tronchetti Provera, seguendo il filo che avevamo anticipato e descritto. Non so se abbia ricevuto o stia per ricevere un avviso di garanzia, ma è irrilevante, perché quello è un atto giudiziario, che se e quando verrà emesso sarà a garanzia (come dice il nome, tante volte violato) della sua persona e della sua difesa, sarà, se lo sarà, la tappa di un percorso lungo il quale nessuno avrà il diritto di mettere in dubbio la sua innocenza.
Ma quella è la giustizia dei tribunali, noi qui non vestiamo la toga, non emettiamo verdetti ma raccontiamo fatti, proponiamo interpretazioni. Ecco, quel che abbiamo raccontato è sempre più vero, quel che avevamo letto nel futuro si avvera. Ed è da qui che vale la pena ricominciare.
La radice di quel che è successo e succede, non lo si dimentichi mai, è tutta nella malaprivatizzazione di Telecom Italia, raccontata per filo e per segno in Razza Corsara. Quell’azienda non doveva più appartenere allo Stato, doveva essere privatizzata, ma Prodi e D’Alema lo fecero nel peggiore dei modi. Questi sono i risultati. Quando Tronchetti Provera, usando i soldi di Pirelli ed in società con Benetton, compera Telecom lo fa pagandola all’estero. Telecom Italia non era italiana. Considerato che era partita per essere una public company, già questo è uno scandalo. Il brizzolato ed elegante finanziere, che si fa fotografare in pose pensose e fa scrivere d’essere il “nuovo Agnelli”, compera anche i debiti e ne contrae di nuovi. Annaspa fin da subito, s’accorge d’avere fatto male i conti, non propone alcuna strategia per la società e continua il già avviato processo che porta una grande multinazionale a divenire un operatore regionale dipendente dalle decisioni di una sola Autorità. Se dovesse valutarsi l’abilità manageriale e la saggezza finanziaria, il voto sarebbe zero tagliato. Ma le cose stanno anche peggio.
Assieme a Tronchetti Provera (ed a Buora, ci arrivo fra poco) compare sulla scena Tavaroli, mentre quasi subito scompare Bondi. Lo ricordo perché proprio la vettura di Bondi fu oggetto delle prime attenzioni di Tavaroli, che finse di scoprire una microspia artatamente collocata da un suo collaboratore. Fu l’occasione per mandare via l’allora responsabile della sicurezza e prenderne il posto. Da quel momento Tavaroli ha spadroneggiato, praticamente senza limite di spesa, mettendo le fatture in conto a Telecom ed a Pirelli, arruolando i suoi amici, e ricordando a tutti, con ossessivo intercalare, che lui parlava direttamente con Marco. Queste cose le scrissi prima che iniziassero le inchieste, e prima documentai che il giro di spioni era piuttosto inquietante. Quando il pentolone fu scoperchiato dai magistrati, Tronchetti Provera fu lesto a dire “noi siamo la parte lesa”. E di ciò mi sono occupato qui, e nel libro Prodi, Telecom & C., proponendo una lettura che ora si ritrova nell’ordinanza del gip dove, per la prima volta in un atto giudiziario, si chiarisce che l’attività spionistica è da presumersi svolta nell’interesse del padrone, Marco Tronchetti Provera.
La questione, in realtà, è semplice. Tavaroli ed i suoi avevano messo a punto una potentissima lente per spiare la vita privata di quelli che loro consideravano nemici, o che, comunque, preferivano prepararsi a condizionare. Fecero anche di più, costruendo notizie radicalmente false, diffamanti, potenzialmente assassine. Di tutto questo, non dico di qualche particolare, ma del grossolano insieme, Tronchetti Provera era al corrente? Si può rispondere negativamente, ma solo a patto di considerarlo incapace d’intendere e prudentemente proteso a non volere. Le parti lese di questa vicenda sono Telecom e Pirelli, ma lui non si chiama mica Marco Telecom o Marco Pirelli (quella era la prima moglie), e siccome era a capo delle società che pagavano questo popò di roba, o è responsabile o è un incapace. Non escludo che sia parte l’una e parte l’altra cosa. Lo ricorda lui stesso, dicendo che spiavano anche i suoi familiari, e quando chiamò Tavaroli avvertendolo di avere saputo d’essere spiato il suo responsabile della sicurezza iniziò le indagini spiando il suo padrone e la sua agenda. Davvero ragguardevole.
Ma perché tutto questo? La risposta è triste: perché nell’Italia dei poteri deboli e del capitalismo declinante è possibile credere che si possa agguantare il potere, ed i suoi denari, non per avere realizzato qualche cosa di grande, ma per essere stati capaci di navigare fra i palazzi, le procure, le cantine e le discariche. Per cinque anni i fatti sembravano dargli ragione: erede dell’industriale più influente; ai verici di Confindustria, con Montezemolo e Della Valle; intervistato da genuflessi che lo lasciavano spaziare sul globo terraqueo; padrone della cronaca economica e di quella mondana. Quelli che avevano da obiettare che la baracca non stava in piedi ci contavamo sulle dita di una mano. Poi è venuta giù, e tutti a strillacchiare: chi l’avrebbe mai detto? Io, io lo avevo detto. Ed ora che succede?
La partita giudiziaria andrà avanti per anni. Quando ci sarà un verdetto definitivo mandatemi una cartolina. Ma da subito si pone un problema diverso, perché se s’ipotizzerà, come a me pare scontato, che di quel sistema Tronchetti Provera era a conoscenza allora sarà difficile credere che l’unico a non saperne proprio nulla fosse Carlo Buora, attuale vice presidente di Telecom Italia. Il presidente, Guido Rossi, lo ha recentemente invitato a scegliere se restare ai vertici di Telecom o di Pirelli e Buora ha scelto Telecom, senza per questo rompere il rapporto d’antica solidarietà con Tronchetti Provera, che gli ha conservato il posto in Pirelli. So di dargli un dolore, ma ho l’impressione che Rossi sia stato gabbato. Il suo è un compito difficile, consistente nel tentativo di salvare Telecom senza per questo compromettere il patrimonio di chi la possiede, il tutto avendo cura che non sia la magistratura a provocare i danni più grossi. Proprio perché delicato, questo compito non è certo agevolato da chi si ostina a non volere mollare il controllo di Telecom.
Se Rossi non riuscisse nell’acrobazia, se non si troverà il modo di portare in Olimpia investitori nuovi ed affidabili, allentando o, meglio, sciogliendo la presa di Pirelli e di Tronchetti Provera, le cose andranno per il peggio. E, del resto, con tutto il rispetto, non è senza significato che a proporsi come soci siano gruppi come quelli dell’indiano Hinduja, coinvolto nello scandalo per la vendita delle armi Bofors e protagonista di discusse operazioni in Inghilterra, e gruppi come il russo Sistema, che già ci fanno pensare ad un’Italia le cui reti di gas e telecomunicazini siano in mano ai russi, già artefici di notevoli acquisizioni immobiliari. Insomma, è vero che i soldi sono soldi e non si deve avere la puzza sotto al naso, ma l’impressione di essere un mercato dove si possano ricollocare i capitali più spericolati è piuttosto nauseante. E ci si domandi chi lancia queste notizie, quali effetti hanno sulla Borsa e chi ne approfitta.
La sorte di Telecom Italia deve essere oggetto di attenzione politica. Non per occuparsi di quali scelte aziendali fanno i privati, come voleva Rovati per Prodi. Non per fermare l’opera dei magistrati, che sarà tanto più meritoria quanto veloce ed efficace. Ma perché quella è la grande rete di comunicazioni d’Italia e su di essa c’è un indubbio interesse nazionale. Certo, poi uno guarda il governo e ci vede ancora Prodi e D’Alema, guarda i russi, e, quasi quasi: spasiba balsioie.

Riforme ad personam. il Foglio

S’è fermato tutto, meno quello che finisce (anche) all’ipercoop o ai sindacati

Ai riformisti che scalpitano, si sa, qualcosa bisogna pur dare e così si continuano a stendere protocolli con i sindacati che, come una volta le croci di cavaliere, non si negano a nessuno. Ce n’è uno sulle pensioni, che è solo un elenco di problemi, senza soluzioni e che, se è vero quel che scrive Liberazione, saranno comunque bloccate da un “patto” tra confederazioni e Rifondazione comunista. Adesso ce n’è uno sulla mobilità nel pubblico impiego, ostentato come una rivoluzione liberale, ma che in realtà poiché ammette solo la mobilità volontaria, rappresenta un cedimento su tutta la linea ai privilegi di quelli che Pietro Ichino (insieme a milioni di utenti) chiama i “fannulloni”.
Riformare, si sa, è faticoso. Non si possono toccare i sindacati, non si possono far irritare gli enti locali, per non parlare di banche e assicurazioni. Ci si può rifare, tutt’al più, sui tassisti, sui farmacisti e sui benzinai. Qui le liberalizzazioni riescono meglio se finiscono per agevolare la grande distribuzione, nella quale è casualmente dominante la posizione delle Coop. Questo non significa che non sia un bene che si vendano farmaci sui banchi dei supermercati o la benzina nei piazzali delle ipercoop. Il problema non sono le liberalizzazioni che si fanno e neppure chi ci guadagna con una certa regolarità. Il rischio è che si facciano solo quelle che hanno queste caratteristiche e questi appoggi, mentre le altre, quelle che intaccano poteri e corporazioni davvero potenti, restano al livello di speciosi protocolli.

venerdì 19 gennaio 2007

Il governo privilegia gli amici anche a costo di calpestare le norme. Adnkronos

''La nomina effettuata oggi dal governo del nuovo Alto commissario anticorruzione, nella persona di Ferrante, rende evidente il disegno preordinato che attraverso una serie di comportamenti ha costretto alle dimissioni un alto magistrato come Gianfranco Tatozzi per far posto ad un uomo di parte, gia' sconfitto alle elezioni per la poltrona di sindaco di Milano. Oltretutto il neo commissario non riveste neppure i titoli previsti dalla legge, che richiede per quel posto un magistrato o un avvocato dello Stato o un dirigente militare o di prima fascia dello Stato, comunque in servizio, qualita' tutte non attribuibili a Ferrante che invece si trova in pensione''. Lo afferma il senatore di Forza Italia, Alfredo Biondi.

giovedì 18 gennaio 2007

Bastava un ponte. Magna Carta

Ci sono voluti 4 morti e 90 feriti per aprire una discussione sulle falle della sicurezza e sul caos della circolazione nello stretto di Messina. I giornali ci hanno raccontato che si tratta del braccio di mare più trafficato d’Europa, con almeno 380 attraversamenti quotidiani e 13 mila navi mercantili che lo percorrono da nord a sud, senza contare i circa 18.000 diportisti che in estate si aggiungono all’affollamento medio. E Messina, che quasi solo grazie ai pendolari, è diventato il primo porto italiano con 10 milioni di passeggeri l’anno. Il tutto garantito da un sistema radar che funziona a mezzo servizio e che da 5 anni è “in fase sperimentale”.
Il risultato sono stati 44 incidenti negli ultimi 50 anni: quasi uno l’anno. Il più grave, senza contare l’ultimo, nell’85 quando una petroliera versò nello stretto 1000 tonnellate di greggio. In sostanza le acque più pericolose d’Italia.
Il governo Berlusconi aveva escogitato l’imperdonabile follia che a congiungere due lembi di terra separati da un braccio di mare bastasse un ponte.
Si erano ovviamente sbagliati: oggi, dopo l’ultimo, mortale incidente, il ministro dei Trasporti, Alessando Bianchi, ha spiegato che “serve un’Authority”.
Infatti le belle menti del governo Prodi, con i Verdi in prima linea, dopo lunghi pensamenti e discussioni, marce, fiaccolate e proteste, hanno preferito, con uno dei primi atti della legislatura, pagare penali astronomiche e lasciare lo stretto nel caos.
Sotto un sole che ride.

mercoledì 17 gennaio 2007

La fine dell'era glaciale. Antonio Gaspari

http://www.ildomenicale.it/editoriale.asp

Una pacata critica al catastrofismo ecologista relativamente al riscaldamento del pianeta.

Consenso circoscritto. Magna Carta

Cina e Russia sono ricorse al loro diritto di veto al consiglio di sicurezza dell’Onu per bloccare una risoluzione presentata da Stati Uniti e Inghilterra contro la giunta militare di Myanmar (ex Birmania) e il suo pugno di ferro su minoranze e opposizione.
Il documento anglo-americano era un distillato di umanitarismo del miglior conio, frutto di una condanna ormai generale verso un paese che tiene in carcere e spesso stupra e tortura gli oppositori, compreso il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.
Per la prima volta dopo oltre trent’anni si è rivisto all’Onu un veto congiunto di Russia e Cina che verso l’ex Birmania hanno semplicemente uno spudorato e inconfessabile interesse commerciale. Gli ambasciatori di Mosca e Pechino si sono limitati a spiegare la scelta del veto contro la risoluzione sostenendo che essa non era “nell’interesse della pace internazionale e della stabilità regionale”.
Tom Casey, portavoce del Dipartimento di Stato ha invece segnalato la fortissima irritazione degli Usa per il veto sino-russo: “La risoluzione poteva essere uno strumento efficace a sostegno dei nostri sforzi per mettere fine alle lunghe sofferenze dei birmani”.
In Italia (che pure all’Onu ha sostenuto la risoluzione) la vicenda è caduta nel silenzio sia della stampa che della politica.
I professionisti nostrani della difesa dei diritti umani, impegnati a tempo pieno per Guantanamo o per Abu Grahib, avrebbero potuto distrarsi un momento per spendere una parola o una fiaccola a favore del remoto Myanmar.
Silenzio anche dalle parti del governo, dove Prodi e D’Alema si potevano almeno permettere un “consenso circoscritto”. Loro, sempre così solerti nel dimostrare che agli amici e agli alleati si può anche dar torto, hanno perso un’occasione a buon mercato per dargli, una volta tanto, ragione.

domenica 14 gennaio 2007

Disinformazione e propaganda. Alessandro Corneli

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=148835&START=0

Piano piano la verità sui conti pubblici si fa strada anche nei giornali che hanno "remato contro".

Il fantasma del comunismo. Ernesto Galli della Loggia

Un fantasma si aggira per l'Europa, il fantasma del comunismo defunto. E' il fantasma che ha aleggiato una settimana fa nella cattedrale di Varsavia costringendo il cardinale Wielgus a rinunciare a insediarsi come nuovo arcivescovo. E' il fantasma che ha appena indotto la conferenza episcopale di quel Paese a riesaminare le biografie di tutti i vescovi per accertare i loro eventuali cedimenti al regime. E' lo stesso fantasma che aleggia intorno a Putin e a tanta parte dei gruppi dirigenti dell'Est europeo; lo stesso dell'archivio Mitrokhin così goffamente gestito dal nostro Paese. In un senso ampio e profondo è il fantasma del passato novecentesco dell'Europa, dominato dal totalitarismo. Sul conto del quale tanta parte dell'opinione pubblica democratica ha a lungo alimentato un'illusione: e cioè che a esso fosse stata posta fine nel 1945 con la sconfitta del nazismo e del fascismo, e che il comunismo — tra l'altro proprio perché uno degli autori di quella sconfitta — non potesse neppure essere sospettato di essere qualcosa di analogo. Ma era un'illusione, appunto.
Oggi sappiamo che precisamente dopo il '45, anzi, il totalitarismo nella sua versione comunista-sovietica iniziò a vivere su metà del nostro Continente una nuova vita destinata a vederne moltiplicate le malefatte. Su una metà: perché sull'altra metà, invece, esso appariva a molti con tutt'altra immagine.E' consistito proprio in questo doppio volto il tratto specifico del totalitarismo comunista rispetto alla vicenda europea. Proprio in questa capacità mimetica di celare la figura ripugnante di Mister Hyde dietro quella angelica del dottor Jekyll si è manifestato l'elemento peculiare (ed è permesso aggiungere: diabolico?) della sua natura. Hitler non nascose mai di volere guerre e stermini. Da Lenin a Breznev, al contrario, il comunismo ha sempre proclamato di essere e di volere ciò che non era né voleva. Proprio una tale doppiezza gli ha consentito di sommare alla capacità di pressione e di violenza esercitata all'interno dei propri regimi (come è avvenuto per ogni totalitarismo) una mai vista capacità di suggestione e di inganno all'esterno di essi. E così di costruire dappertutto una rete smisurata di fedeltà, di acquiescenze, di sottomissioni, di complicità — in parte obbligate in parte volontarie.
Poi all'improvviso, come per incanto, la disintegrazione, il repentino sbriciolarsi e svanire di tutto. Ma senza il seguito di autentici esami di coscienza; con ben poca verità e senza pentimenti. Soprattutto senza alcuna passione pubblica di giudizio e di ricordo. In questo vuoto della coscienza e della memoria europee c'è stato però chi ricordava. Altroché se c'è stato, e molto probabilmente c'è. Chi «sapeva», infatti, ha naturalmente continuato a sapere — sia sul versante dei padroni di un tempo che su quello dei complici e delatori — e tutto lascia credere che per questa via abbia potuto alimentarsi un'oscura rete di sensi di colpa, di silenzi e di ricatti, di ampiezza ignota e che verosimilmente in qualche modo dura tuttora. Insomma, dalla caduta del comunismo in poi, l'Europa vive con la sua ombra di Banquo, ed è singolare che oggi sia proprio la Chiesa cattolica — che pure nella realtà fu tra i pochi a non farsi mai illusioni sulla vera sostanza del comunismo — a doverne temere le riapparizioni. Può essere considerata la conferma, di certo paradossale, di quanto la sua storia sia fino in fondo, nel bene e nel male, la storia di questo Continente, e di quanto proprio perciò le spettino oggi, di nuovo, il compito e l'onere di dare l'esempio.

venerdì 12 gennaio 2007

USTICA: SEN. MANCA, BATTAGLIA AEREA NON E' VERITA' GIUDIZIARIA ACQUISITA
Roma, 12 gen. (Adnkronos) - ''Continuare ad affermare che comunque sia stata raggiunta, in termini giudiziari, la certezza che nei cieli di Ustica sia avvenuta una battaglia aerea, che determino' la caduta del DC9, rappresenta una mistificazione della realta', che si potrebbe tradurre in un vero e proprio gratuito depistaggio della opinione pubblica''. Lo afferma il senatore Vincenzo Manca, ex vicepresidente della commissione Stragi,dopo la conferma della Corte di Cassazione della sentenza di assoluzione del Gen Bartolucci e Ferri, emessa con formula piena dalla Corte di Assise d'Appello.

giovedì 11 gennaio 2007

La speranza somala. Magna Carta

http://www.magna-carta.it/editoriali/2006_1_10_66753,72.asp

I motivi dell' invasione etiope e dell' intervento americano.

Assolti per non aver commesso il fatto gli ufficiali di Ustica, liberi perché mai cercati i terroristi arabi che misero una bomba sull'aereo.

Dopo essere stati massacrati e intimiditi per due decenni, gli ufficiali dell’aeronautica imputati di “depistaggio” per la strage di Ustica sono stati tutti assolti con formula piena per non aver commesso il fatto. Io scrissi per la editrice Bietti un libro sulla tragedia di Ustica e mi resi conto dieci anni fa che io stesso non sapevo nulla (prima di leggermi tutti gli atti) e che neanche la gente normale non sa nulla: se chiedi a qualcuno per strada che cosa sia successo all’aereo di Ustica, quello nove volte su dieci (e in perfetta buona fede) vi dirà che è stato abbattuto da un missile americano che cercava di colpire un mig su cui volava Gheddafi. Invece il Dc9 di Ustica saltò in volo a causa di una bomba che esplose poco prima dell’atterraggio a Palermo ed era certamente una bomba araba e anzi, a giudicare dalla procedura identica a quella dell’aereo della Pan Am di Lockerbie e di un apparecchio francese, libica. Ma non lo sapremo mai, perché mentre si scatenò il linciaggio contro ufficiali colpevoli di non aver avallato la verità politica e falsa del missile americano, nessuno allora e più tardi ebbe mai il fegato di indagare su chi aveva messo la bomba. Anzi, il fisico Frank Taylor, lo stesso che fece la perizia sul volo della Pan Am incastrando i libici che dovettero pagare almeno un risarcimento, quando dimostrò in maniera inoppugnabile fisica e chimica le modalità dell’esplosione fu licenziato dal collegio dei periti. Assistetti quasi solo ad una sua lezione di tre ore nell’aula magna del Cnr a Roma, dove dimostrò fibra per fibra, frammento per frammento, gli effetti di una bomba dietro la toilette. Il colonnello dell’aeronautica Guglielmo Lippolis, con cui parlai a lungo e che mi spiegò lo stato dei cadaveri da lui trovati affioranti in mare con le bruciature tipiche di una esplosione dall’interno (i missili distruggono un aereo polverizzandolo con le schegge) non fu ascoltato su ciò che aveva visto e gli impedirono di parlare. In compenso quelli del “muro di gomma” fecero la parte degli eroi che indagano sulle trame del potere e in realtà finirono per inquinare la verità, coprendosi di miserabile gloria. Tutto il resto era fumo negli occhi, compresa la dilatazione dei tempi per mettere in relazione il Mig caduto sulla Sila con la triste sorte del DC9 di Ustica. La menzogna su Ustica fu fabbricata, è dimostrato in atti, dai geni del KGB cui non parve vero di poter scaricare un delitto arabo sulle spalle degli americani, facendo la felicità dei dietristi che vedono sempre la Cia dietro i delitti sovietici e le manipolazioni architettate alla Lubjanca. Non si può dire oggi che giustizia sia stata realmente fatta perché tuttora la vera tragedia di Ustica non è diventata televisione, cioè coscienza popolare. E poi perché nessuno potrà mai restituire, a chi è stato infangato e diffamato per anni, una vita spezzata per sempre.
Paolo Guzzanti

Malaria. Ddt o zanzariere? Anna Bono

http://www.ragionpolitica.it/testo.7049.html

In Uganda per debellare le zanzare anofele si ritorna all'uso del pesticida messo al bando negli anni '70 da una sciagurata campagna ambientalista internazionale.

Dimettersi: verbo sconosciuto

In Italia c'è tanta buona sanità, dice il Ministro Livia Turco; c'è, in compenso, troppo poca moralità, dico io.
E' mai possibile che nessuno si assuma le proprie responsabilità e si dimetta quando risulta evidente che non si è fatto il proprio dovere?
Tutti incollati alla poltrona con sprezzo della decenza, senza pericolo di essere licenziati e certi dell'impunità.
Le funzioni e le cariche, nel nostro Paese, sono interpretate come diritto inalienabile della persona e non come servizio alla collettività; dobbiamo andare indietro di 2500 anni per trovare un amministratore pubblico importante che si sia dimesso dopo aver portato a termine l'impresa a cui era stato chiamato: parlo di Lucio Quinzio Cincinnato.
Le dimissioni si minacciano, si ottengono al posto del licenziamento, si usano in modo ricattatorio e si invocano: non si presentano mai.
E poi ci si lamenta che in Italia non c'è il rispetto della legalità.
Come si può pretendere dai cittadini l'osservanza delle regole, quando la classe dirigente è la prima a non dare il buon esempio?
Perché esistono solo diritti e pretese, protezioni e "ammortizzatori"? Semplicemente perché i nostri amministratori sono pieni di privilegi e coperture e non sono credibili quando invocano il rigore e i doveri.
Semplicemente perché nella gestione della res publica non esiste il concetto di responsabilità individuale: la concezione comunista porta alla spersonalizzazione del singolo che diventa ingranaggio dell'apparato. I meriti e le colpe sono dello Stato in quanto organismo supremo e dispensatore di tutto (penso alla "distribuzione della felicità" promessa da Prodi).
Manca la mentalità.
Chi danneggia un giardino pubblico o incendia una scuola, non si rende conto di nuocere a se stesso, perché il giardino e la scuola saranno riparati con i soldi delle tasse, ma pensa di nuocere allo Stato come entità a sé stante. La stessa cosa vale per chi evade le tasse, con la variante che a volte sono esose, farraginose, incomprensibili e ingiuste.
Allora, per favore, pretendiamo che chi sbaglia paghi.
Pretendiamo le dimissioni di quegli amministratori di pubblici ospedali dove sono state riscontrate carenze e disfunzioni gravi e prolungate nel tempo, chiediamo le dimissioni dei loro superiori che non hanno erogato gli eventuali fondi, di coloro che non li hanno stanziati, di quelli che avrebbero dovuto vigilare, di quelli che hanno nominato gli amministratori e di quelli che non si sono opposti alla loro nomina politica...
Se si facesse piazza pulita salterebbero molte teste, ecco perché nessuna testa cade.
Facciamo il nodo al fazzoletto, come quelli di Striscia la notizia: appuntamento alle prossime elezioni.

mercoledì 10 gennaio 2007

Alcune domande sul Prodotto Interno Lordo. Tomaso Freddi

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000001842

Giuste osservazioni a proposito del calcolo del PIL.

Chi parteggia per i soviet e chi per casa sua. Ferruccio Formentini

Solo un mese fa la Gazeta Polka rivelava che Stanislaw Wielgus aveva collaborato con la polizia comunista. L’altro ieri l’arcivescovo ha dovuto farsi da parte per acquietare il putiferio che, in Polonia ma non solo lì, stava per travolgere anche l’immagine della Chiesa polacca. Da cinquant’anni dalle nostre parti c’è chi ogni tanto prova a scoperchiare i rapporti, che tutti sanno essere esistiti, tra alcuni nostri connazionali e il Kgb sovietico. Regolarmente i tapini che si sono esposti a questi rischiosissimi tentativi sono finiti derisi e dileggiati dai media e dai politici di parte, nel migliore dei casi, quando non sono invece precipitati in un mare di guai. Straordinariamente l’unico “spione” a venire punito è stato un redattore di Libero, sospeso per un anno dall’ordine dei giornalisti, colpevole d’aver collaborato con i servizi segreti del suo paese: l’Italia. Mah!

Il crollo dell'economia sovietica, monito per l'Italia di oggi. Paolo Della Sala

Come mai è crollato il sistema sovietico? Quali sono le ragioni della sua dissoluzione economica? Capire le ragioni del disastro può darci utili indicazioni per capire cosa succederà all'economia italiana sotto il governo Prodi, condizionato in buona parte dai neocomunisti. Utilizzerò i dati forniti da un saggio di Vladimir Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca (Spirali edizioni), che non merita di essere occultato e trattato come un samizdat, ma anzi dovrebbe essere diffuso nelle scuole e nelle famiglie.
La caduta del sistema sovietico cominciò nei paesi dell'Est e fu legata a un'invisibile guerra del petrolio, condotta dagli Usa in collaborazione con l'Arabia Saudita. Nel marzo 1981 la crisi polacca venne commentata dai membri del Politburò. Gromiko ricordò che: «I compagni polacchi hanno sottolineato lo spinoso problema dell'importazione di merci, perché non hanno di che pagarle...», e Archipov rispose: «Noi forniamo alla Polonia 13 milioni di tonnellate di petrolio a 90 rubli la tonnellata. Considerato che nel resto del mondo il prezzo a tonnellata è di 150 rubli, noi perdiamo 80 rubli a tonnellata. Tutto quel petrolio potremmo venderlo in cambio di valuta pesante con un guadagno per noi colossale». Infatti Gazprom non è una novità: anche allora il petrolio rappresentava per l'Urss il maggior gettito di valuta pregiata. La fornitura alla Polonia comportò una riduzione dei rifornimenti agli altri paesi dell'Est europeo, con conseguenti trattative e lamentele. La Polonia -del resto - era ridotta alla fame, e richiese anche l'invio urgente di 30.000 tonnellate di carne, richiesta cui cercarono di porre riparo sia Breznev sia Gorbacev (membro della direzione del Pcus). Le riserve di carne erano azzerate. A quel punto i russi si rivolsero invano all'Ucraina, Estonia, Bielorussia e Kazakhistan. Eppure si trattava di una fornitura di modeste proporzioni, che valeva sì e no 30 milioni di dollari, ai prezzi occidentali. Dopo alcuni mesi, e dopo la proclamazione della legge marziale in Polinia, furono inviate 16.000 tonnellate di carne. Tuttavia il presidente del Comitato per la pianificazione statale Bajbakov riferì che la carne: «è stata caricata su vagoni sporchi e non lavati che avevano trasportato metalli ferrosi, ed ha un aspetto impresentabile. Quando la carne viene scaricata nelle stazioni polacche si arriva al sabotaggio vero e proprio. I polacchi indirizzano all'Unione Sovietica e ai sovietici gli epiteti più osceni, si rifiutano di pulire i vagoni etc. Le ingiurie che ci lanciano addosso non si contano».
La situazione in Russia non era migliore. Mentre in Polonia mancava la carne, gli operai russi faticavano a ottenere il pane, tanto che nel solo 1979 ci furono ben 300 scioperi. Il Politburò non riusciva a porre rimedio e Chernenko ammise che sull'umore degli operai «influiscono negativamente le vendite a singhiozzo del pane, che talvolta manca per quattro giorni di fila. I bambini vedono raramente il pane bianco e i panini. Non c'è farina». Ma «persino Chernenko», scrive l'ex dissidente Bukovskij, «pur prendendosela con le negligenti autorità locali e con i contadini, cominciava a capire che qualcosa non funzionava proprio nel sistema» tanto che, se «i piani venivano completati, e decine di milioni di tonnellate di grano venivano acquistate negli Usa o in Canada, tuttavia non c'era pane». Mancavano poi alimenti come l'aceto e il sale, e quest'ultimo caso era davvero emblematico, poiché la Russia possiede giganteschi laghi salati, il cui sale non occorre nemmeno scavare: basta soltanto caricarlo sui vagoni dei treni.
Il disastro aveva diverse cause, tra le quali la corruzione. Ci hanno sempre raccontato che sotto il fascismo e il comunismo non c'era criminalità. Nulla di più falso: «All'inizio del 1980 la corruzione dell'apparato amministrativo aveva raggiunto dimensioni terrificanti, sebbene fin dai tempi di Kruscev si fossero applicate severe misure punitive che arrivavano alla fucilazione...Andava strutturandosi un'intera industria sommersa, imprese e fabbriche clandestine che non avevano a che fare con l'economia statale. L'iniziativa privata, davvero indistruttibile, si era sempre dimostrata più efficiente della goffa macchina statale. Ma le cose emergevano raramente: di regola le autorità di partito locali avevano anche loro le mani in pasta e nemmeno il KGB era in grado di venirne a capo. Intere regioni, repubbliche addirittura, erano controllate da questa nuova "mafia", erano veri e propri principati indipendenti»... Il caso «uzbeko» iniziò allora... ma siccome spesso il filo conduceva a Mosca, all'entourage di Breznev, e tutto veniva messo a tacere.
Secondo Bukovskij l'economia di uno stato ha solo due modelli possibili: «O è il partito a dirigere i processi economici, oppure lo fa il mercato. Tertium non datur». Oggi vediamo che in alcune parti dell'Europa, segnata dalla rinascita del modello marxista sotto le mentite spoglie del «socialismo di mercato», è il partito, sotto la forma della coalizione al governo, che torna a controllare il mercato. In Italia intere regioni vivono sotto un «patto sociale» garantito dal potere politico che è al governo da decenni. Il mercato diretto dalle amministrazioni produce una certa ricchezza (si veda in Emilia) ma in cambio il potere politico ottiene una compartecipazione alla produzione di merci e servizi (cooperative, banche, artigianato), ma soprattutto chiede ai cittadini un consenso che si traduce con una delega in bianco. Occorre dire che il modello emiliano, applicato su scala nazionale con gli stessi uomini (Bersani, Chiti etc.), non ha mai avuto successo, segno che funziona solo là dove la ricchezza è alta: nella pianura emiliana come nelle socialdemocrazie scandinave di un tempo. L'élite intellettuale non ha mai voluto capire che il disastro economico dei paesi socialisti è dovuto proprio alla dottrina applicata.
I «modelli socialisti» non esistono, esistono soltanto diversi scenari di tracollo dell'economia, scrive Bukovskij. «E' possibile distruggere il proprio paese in modo rapido e radicale oppure in modo lento e irreversibile, con tutta la varietà di modelli intermedi. In realtà l'espressione "economia socialista" è un'assurdità, è una contraddizione in termini. L'idea base del socialismo è quella della "giusta distribuzione" dei beni, non della loro creazione, per cui ogni "modello" lavora alla dissipazione dei beni, nel senso che "distribuisce" finché c'è qualcosa da distribuire». L'imperativo della «giusta distribuzione» è tornato più che mai all'ordine del giorno col governo Prodi: la «redistribuzione» è il principale slogan dell'Unione.
Nell'Urss il sistema era ancora più radicale e folle, ed ha potuto sopravvivere per tanti decenni solo grazie allo sfruttamento e allo sterminio, e perché la Russia è un Paese straordinariamente ricco di petrolio, gas, carbone, ferro, oro, diamanti, legno. Anche il governo più incapace e corrotto poteva gestire il potere senza preoccupazioni e senza temere crisi. Per arrivare al collasso economico occorreva una ideologia. «Questa ideologia è stata il socialismo, che non solo ha dissanguato, ma ha portato il Paese alla bancarotta, perché ha provocato un incredibile ritardo di sviluppo». Ai disastri produttivi l'Unione sovietica aggiungeva l'incidenza delle spese militari, con più di metà dell'economia che lavorava per soddisfare i costi dell'industria bellica, necessaria a supportare l'impero e le sue guerre. Il risultato negativo dei due fattori era notevole, e già nel 1979 gli investimenti interni erano negativi, così che da ogni rublo affidato allo Stato in un anno si ottenevano soltanto 83 centesimi (copechi).
Nel frattempo in Occidente comparvero governanti fermamente anticomunisti, come Reagan e la Tatcher, che smantellarono senza tregua i settori dell'industria nazionalizzati dai precedenti governi, riducendo il welfare e le tasse. La gente capiva che i cambiamenti andavano nel loro interesse, perché li liberavano dal gigantesco apparato dedito a gestire la «redistribuzione» e il potere burocratico. Negli anni '80 il socialismo non attirava più nemmeno i disoccupati. Del resto in tutto il mondo i paesi socialisti andavano verso la bancarotta.
La guerra del petrolio e la «Gorby» mania
L'aspetto decisivo della guerra economica di Reagan nei confronti dell'Urss fu, oltre alla scelta di attuare lo scudo difensivo spaziale, la manipolazione del prezzo del mercato petrolifero, attuata per mezzo della Arabia Saudita. Negli anni '80, come già ricordato, la principale ricchezza del regime sovietico proveniva dalla vendita di petrolio in Occidente. Il primo fattore di crisi fu interno, perché la tecnologia primordiale di estrazione portò ad un rendimento disastroso. La catastrofe completa, ricorda Bukovskij, «arrivò nel 1985-86, quando il calo dell'estrazione in Urss coincise con una non meno brusca caduta dei prezzi sul mercato mondiale. Come risultato, l'Unione Sovietica perse in un anno più di un terzo dei suoi introiti in valuta pregiata».
Lo staff di Reagan aveva convinto l'Arabia ad aumentare enormemente la sua produzione, abbassando nel contempo i prezzi. Le pressioni sulla famiglia reale ebbero successo grazie alla fornitura di armi e tecnologia sofisticate. «In poche settimane la produzione dell'Arabia balzò da meno di 2 milioni a 6 milioni di barili. Nel tardo autunno del 1985 la produzione del greggio avrebbe raggiunto quasi 9 milioni di barili al giorno». Per gli Stati Uniti (e tutto l'Occidente) era una vera manna, equivalente a miliardi di dollari che restavano nelle tasche dei consumatori. Per il Cremlino, invece, si trattava di un disastro apocalittico: non c'erano più riserve in valuta e si dovette ricorrere alla vendita di oro. Il prezzo del greggio era passato da 30 dollari al barile, nel novembre del 1985, a 12 dollari al barile, nel marzo del 1986.
A quel punto intervennero i «menscevichi» europei. Essi avevano lo scopo dichiarato di riformare il sistema russo, inventandosi personaggi presentabili, in modo da salvare l'esistenza del socialismo, inclusi i partiti dell'Occidente. «Il crollo del socialismo sovietico, scrive Bukovskij, ...smascherava il loro ruolo di traditori nella guerra che da mezzo secolo l'umanità combatteva contro la minaccia dell'asservimento totalitario. (...) Dunque non occorreva "combattere per la pace", il disarmo, la "comprensione reciproca", se si poteva abbattere direttamente [l'Urss] senza colpo ferire».
Nacque così la «gorby mania», un'invenzione della stampa benpensante occidentale (che si apprestava a ereditare il ruolo internazionalista del Komintern). «La generale euforia suscitata dalla "glasnost" e dalla "perestrojka", i crediti plurimiliardari concessi all'Urss, non erano un segno di stupidità o ingenuità, bensì una campagna orchestrata ad arte». In questo modo «...un regime criminale... era sparito senza lasciare traccia, ma coloro che lo avevano servito, in Oriente come in Occidente, erano rimasti al potere». Qualcuno dirà: «Cosa ci si vuol far credere? Gorbacev era davvero diverso dagli altri». Bisognerà allora replicare ricordando che il «moderato» Gorbacev aveva diretto il partito da molti anni, approvando e sottoscrivendo internamenti di dissidenti, fornitura di armi alla guerriglia, assassini politici, immiserimento di intere popolazioni, e invasioni come quella dell'Afghanistan.
Ma a ciò va aggiunta almeno un'altra osservazione, se si ricorda che perfino la catastrofe di Chernobyl non venne ascritta a Gorbacev, ma a tutti gli altri paesi che possedevano centrali nucleare, come l'Italia. San Gorbacev non risultò coinvolto, pur avendo dato personalmente l'ordine di non diffondere la notizia del contaminamento nucleare in atto. Centinaia di milioni di persone uscirono tranquillamente per alcuni giorni, finché finlandesi e svedesi diedero l'allarme, avendo visto alterati i livelli di radioattività nelle loro terre. «Per questo solo fatto, scrive Bukovskij, qualsiasi altro politico sarebbe stato maledetto dall'opinione pubblica... Proviamo solo a immaginare che il presidente degli Usa o il premier britannico si provino a tener nascosta una fuga di radiazioni da una centrale atomica». Così un uomo già segretario del Comitato centrale del Pcus nel 1978 e poi membro permanente del Politburò rimase un santo intoccabile, tanto che ancora un mese fa in Italia abbiamo potuto assistere a una sua lunga intervista in ginocchio, tenuta dal presentatore Fabio Fazio nella sua trasmissione su RaiTre (Che tempo che fa). Anche Raissa, moglie di Gorby, venne deificata: «Si provvide a far sapere con sollecitudine che si trattava di una moglie "moderna", "filo-occidentale", un "filosofo" (in realtà aveva insegnato marxismo-leninismo). L'entusiasmo salì alle stelle quando la signora, in visita a Parigi, passò molto tempo nei negozi e acquistò gioielli da Cartier pagando con una carta di credito American Express. Proprio in quei giorni gli stessi giornali bollavano intanto la moglie del dittatore filippino Marcos che... acquistava abiti e migliaia di paia di scarpe». ...Si trattava di una campagna di disinformazione che toccò il suo culmine al vertice di Reikjavik sul disarmo, inscenato «come un vero e proprio psicodramma». Il fatto è che il disarmo serviva all'Urss per non soccombere economicamente, e ormai non c'era più nulla di drammatico se non la condizione dei cittadini nei paesi dell'Est.
Al gioco «buonista» partecipava una parte del governo americano, attraverso James Baker, segretario di Stato con Bush senior. Baker, attualmente tornato in auge con la commissione bipartizan del Congresso Usa sull'Iraq, fu tra i fautori del rallentamento della riunificazione delle due Germanie. Baker non capiva che la nuova dottrina predicata da Gorbacev, di una «casa comune europea» era pericolosa. Per fortuna, nonostante le pressioni del segretario di Stato Usa e di tutto il mondo, i tedeschi dell'est scelsero la riunificazione immediata. Solo così si evitò, scrive Bukovskij, un disastro immane, che evitò la realizzazione di «...un'Europa socialista unita e controllata da Mosca». In realtà qualcosa di simile è avvenuto, dal momento che i princìpi di Gorbacev permeano ancora oggi la dottrina politica di gran parte dei politici europei.
Per fortuna quella che allora venne chiamata «dottrina Baker» finì alle ortiche. Precisa Bukovskij: «Ricordo di aver proposto in una mia conferenza l'introduzione di un'unità di misura della sconsideratezza politica come "un Baker"». Persino al culmine del sanguinoso spettacolo di Bucarest del Natale 1989 Baker dichiarò che avrebbe accolto «con comprensione l'invio di truppe sovietiche in Romania per aiutare i nemici insorti di Ceausescu». Negli scorsi decenni, come ora, gli eredi della «glasnost» europei si sono accreditati come «salvatori dell'umanità», in quanto intermediari tra Occidente e Oriente (prima quello sovietico, e ora quello dell'islam politico). Nell'Italia prodiana e nell'Europa di Chirac e Zapatero si impone la «Terza via», il destreggiamento tra gli estremi del libero mercato e del comunismo. Ma la Terza via non è né carne né pesce, è solo un gigantesco passo indietro: non a caso i suoi risultati economici si limitano a una gestione del potere che deprime lo sviluppo e non garantisce un welfare decoroso.

lunedì 8 gennaio 2007

La holding dello spavento. Mario Giordano

Sentite caldo? Per forza: la Terra sta bruciando. Non ve ne siete accorti? Pensavate fosse solo un inverno mite? O il riscaldamento del condominio troppo alto? Macché: è la catastrofe ambientale. Praticamente l’apocalisse prossima ventura. L'ultimo rapporto degli esperti dice che sarà nel 2070, mese più mese meno. Già a scriverlo viene da sudare: il pianeta ha la febbre. E adesso che ci penso, anch’io mi sento poco bene.Non c’è da ridere: basta leggere l’ultima quartina dei Nostradamus verdi, cioè il rapporto Ue, sparato in prima pagina da tutti i quotidiani italiani. Nei prossimi decenni, si sostiene, il Mediterraneo sparirà, l’Italia diventerà un deserto, Stoccolma sarà come Rio de Janeiro, la Groenlandia una succursale delle Maldive, per andare da Pizzighettone a Casalpusterlengo bisognerà affittare un cammello e a Brescia Ovest non si avvisteranno più code di Tir ma code di giraffe. Ora, se volete, prendete pure il fiato, ma sappiate che vi sta venendo il cancro ai polmoni.
Ma sicuro: le piaghe d’Egitto furono un pic nic rispetto alle previsioni dei catastrofisti dell’ambiente. Anche se, per fortuna, le loro gufate sono sempre state regolarmente smentite, più delle promesse elettorali di Prodi. In America, tanto per dire, oggi i boschi sono più estesi che all’epoca di Cristoforo Colombo. In Inghilterra ce ne sono più che ai tempi di Robin Hood. Ma gli esperti non avevano lanciato l’allarme deforestazione? Mai fidarsi degli esperti, come diceva un mio amico. In fondo sappiamo sbagliare benissimo da soli.Degli esperti che si trincerano dietro la scienza, poi, bisogna diffidare ancora di più. Sono i nuovi scribi, la casta eletta, i sacerdoti della tecnica diventata divinità. Magari attendibili come il mago Otelma. Però non si può dire. Bisogna ascoltarli. Sempre. O, almeno, fin quando la loro verità non viene travolta dai fatti.
Nel 1972, per esempio, il Club di Roma pubblicò uno studio, che è la madre di tutti i catastrofismi. Prevedeva che l’oro si sarebbe esaurito nel 1981, il petrolio nel 1992 e l’uomo del 2010. Essendo il 2010 assai vicino, possiamo consolarci: oro e petrolio esistono ancora.
Nel frattempo i catastrofisti hanno aggiornato le stime: l’Apocalisse è stata spostata al 2025, al 2050, e adesso al 2070. Non male, no? Ci abbiamo guadagnato 60 anni, che è già qualcosa. Anche se non è nulla rispetto a quello che guadagnano loro.Ma sì, diciamolo: quella del catastrofismo verde è la Spa della paura, la holding dello spavento. Gettano semi di panico per raccogliere finanziamenti. E dunque qualsiasi panico va bene. Tanto per dire: quelli che oggi si spaventano per la desertificazione del pianeta, qualche anno fa lanciavano l’allarme per una nuova glaciazione.
Ottobre 1973, Chamonix. Convegno sull’«inarrestabile avanzata dei ghiacciai alpini». Il documento concludeva allarmato: «Dietro l'angolo c’è una nuova era glaciale». E i grandi esperti di ambiente pontificavano sul raffreddamento del pianeta esattamente come ora pontificano sul suo surriscaldamento. Beh, se non altro, qualsiasi sarà il cambiamento climatico, potranno dire di averlo previsto.
Guai ad ammettere che il riscaldamento della Terra è un fenomeno per lo più ciclico e naturale. Guai a ricordare che Groenlandia significa «terra verde» perché fino al quattordicesimo secolo - inizio della Piccola era glaciale - lì non c’erano ghiacci ma prati (e senza l’uomo a inquinare né violazioni del protocollo di Kyoto). Guai: altrimenti a chi finirebbero i finanziamenti? E allora avanti con il clima impazzito, i mari che si gonfiano, l’apocalisse che avanza, soprattutto in prima pagina. Avanti con i profeti, di sventura, mondo pulito e coscienza sporca. Il pianeta brucia? Forse sì. Ma intanto noi, così, stiamo freschi.

Malloppo occultato tra silenzi e bugie. Mario Baldassarri

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=147282

Ancora un autorevole intervento per cercare di mettere la parola fine alla querelle dei conti pubblici.

domenica 7 gennaio 2007

I conti tornano. Silvio Berlusconi

Il mio governo ha lasciato un'eredità coi fiocchi all'Italia e agli italiani: l'economia è in ripresa dal 2005 e i conti pubblici sono in ordine, come dimostra il dimezzamento del fabbisogno statale registrato dal Tesoro sul 2006. Un risultato dovuto in gran parte proprio alle misure adottate dal mio governo come certificato da uno studio della Banca d'Italia. In particolare, le entrate tributarie hanno fatto segnare nei primi nove mesi del 2006 gettiti record, grazie - tra l'altro - alla percezione che noi avevamo provocato di un rapporto nuovo e non punitivo tra fisco e cittadini. Un circolo virtuoso che la stessa nota del Tesoro di martedì e il ministro Padoa-Schioppa hanno doverosamente, anche se solo parzialmente, riconosciuto dopo mesi di mistificazioni e di distorsioni della realtà da parte di tutto il centrosinistra, che ha avuto anche la temerarietà di attribuirsi meriti non suoi.
Il rigoroso controllo della spesa pubblica impostato da Tremonti e dal mio governo sta dispiegando i suoi effetti positivi. Resta il grande rammarico di non aver potuto dare continuità a una così efficace azione di risanamento che ha saputo coniugare rigore e sviluppo, mentre ora le leve della politica economica sono finite in mano al partito delle «più tasse-più spese». Resta anche il rammarico e l'amarezza per l'opposizione distruttiva che abbiamo dovuto subire durante i cinque anni del nostro governo e per quanto hanno affermato esponenti di primo piano dell'attuale maggioranza all'indomani delle elezioni. Tutti coloro che hanno cercato di lucrare su un disastro che non c'era, ora dovrebbero fare ammenda e chiedere scusa agli italiani per averli ingannati.
Ma i cittadini dovrebbero soprattutto domandarsi perché il governo Prodi abbia varato una Finanziaria di guerra che supera i 40 miliardi di euro e che tarperà le ali alla ripresa dell'economia quando invece, per centrare i parametri europei, sarebbe stata sufficiente una manovra da 15 miliardi. La risposta è semplice: il mio governo lavorava per l'Italia, mentre Prodi ed i suoi continuano, in base a pregiudizi ideologici ormai superati dalla storia, a voler utilizzare i soldi pubblici per accrescere il predominio dello Stato e la distribuzione clientelare delle risorse. I risultati, purtroppo, già si vedono: nel mese di dicembre le entrate fiscali sono diminuite di oltre due miliardi rispetto al 2005 a causa dell'effetto-choc provocato sui contribuenti dalla Finanziaria, e il dibattito sulle pensioni in atto nell'Unione non promette nulla di buono sul fronte della spesa pubblica, che riprenderà a crescere.
La sinistra sta così sprecando la grande occasione della ripresa, mentre noi, in anni congiunturalmente difficili, abbiamo posto le premesse per un miglioramento strutturale del sistema. Affermo quanto sopra non per spirito di polemica o per ribadire i meriti del mio governo - che il tempo stesso, «galantuomo» come ha detto Tremonti, si incarica di illustrare - ma per ricordare come la coesione nazionale, che giustamente il presidente della Repubblica ha posto al centro del suo messaggio di fine anno, abbia bisogno di verità e, soprattutto, richieda un impegno unitario su basi completamente diverse rispetto a quelle adottate finora dall'attuale governo.

Ayala torna in toga. Davide Giacalone

Giuseppe Ayala è stato per lunghi anni magistrato del pubblico ministero, a Palermo. Poi è stato, per altri lunghi anni, parlamentare della Repubblica, prima eletto nelle liste del partito repubblicano, poi della sinistra, variamente nominata. Ora non è più parlamentare, quindi rientra nei ranghi, riveste la toga e siede in corte d’appello.
Egli stesso, con serietà, manifesta il suo disagio: come può chi è stato uomo di parte andare a fare il giudice? Non conoscendolo come ingenuo credo anche che non sia senza significato che abbia voluto aggiungere un di più, affermando che da un “governo amico” si sarebbe aspettato un trattamento diverso, ma “nessuno ha pensato a me”. Uno stato d’animo che sarebbe fantasioso definire sereno.
Il disagio di Ayala è più che giustificato, e ci offre l’occasione per ripetere che chi è stato eletto, ma anche solo chi si è candidato, se era magistrato non può poi tornare ad esserlo. La magistratura è una carriera protetta, ricca e sicura, che chiede in cambio quel che davvero pochi offrono: distanza dalle contese politiche e dal giuoco degli interessi. Molti magistrati non sono all’altezza della funzione, ma chi è stato parlamentare porta con sé la certificazione dell’impossibile imparzialità. Si dirà: ma in questo modo s’impedisce ai magistrati di candidarsi al Parlamento. E perché? Si candidino pure, ma non tornino indietro. A me che sono un libero professionista chi assicura che, una volta eletto e poi non più rieletto, possa tornare ad avere i clienti ed il reddito di prima? Nessuno, né a nessuno posso chiederlo, né avrebbe senso chiederlo. Perché mai i magistrati (come anche altre categorie) devono essere più protetti di me?
In Italia sono davvero tanti, davvero troppi quelli che credo sia la collettività a dover provvedere ai loro bisogni e, visti i redditi e gli emolumenti, anche ai loro vizi. Ma è una visione infantile e folle della vita: ciascuno risponde di quel che fa e paga per le proprie scelte. Io non voglio farmi né inquisire né giudicare da un avversario politico, né da un amico politico, e non voglio nemmeno mantenerlo a vita, per il solo fatto di averlo lautamente retribuito per una o più legislature. Lo dico per me, per le mie tasche, ed anche per la sua dignità, ove non sia stata schiacciata dal portafogli.