mercoledì 17 ottobre 2007

Chi pagherà tutti i "no" agli Ogm? Gilberto Corbellini e Roberto Defez

L’Italia è un Paese strano. Chi lo governa paga (poco) migliaia di ricercatori per fare ricerca, anche allo scopo di trarne applicazioni di interesse economico. Ma poi ignora completamente i dati scientifici. Anzi decide in direzione opposta.

Da circa 10 anni gli scienziati che fanno ricerca di qualità internazionale sostengono che gli Ogm sono sicuri sia dal punto di vista della salute umana sia dal punto di vista dell’impatto agronomico-ambientale. A sostenere che gli Ogm rappresentano una formidabile opportunità e quindi vanno studiati e che quelli già dimostrati sicuri vanno coltivati si sono schierate l’Ue, la Fao, l’Onu, l’Oms, l’Agenzia per la Sicurezza Alimentare Europea e tutte le più prestigiose accademie scientifiche internazionali. Inclusa la Pontificia Accademia per le Scienze. Nella scelta oscurantista di vietare lo studio degli Ogm in pieno campo l’Italia è isolata sia a livello mondiale sia europeo.

L’aspetto paradossale è che la discriminazione contro gli Ogm viene praticata nel nome dell’interesse economico e della protezione della salute e dell’ambiente. In realtà, la censura danneggia economicamente i consumatori e gli agricoltori, a vantaggio della grande distribuzione e dell’agricoltura assistita, aumentando l’impatto ambientale e i rischi per la salute dei cittadini.

Infatti, costringe gli italiani ad acquistare prodotti da agricoltura biologica o lotta integrata, aumentando di quasi il 30% la spesa media alimentare. Una stangata da 600 euro l’anno a nucleo familiare. Inoltre, se si prende in esame il caso del mais, si può constatare che la scelta di non coltivare il mais BT (cioè trasformato con un gene prelevato da un bacillo per renderlo naturalmente resistente ai parassiti) ha comportato danni enormi agli agricoltori italiani. In otto anni le produzioni italiane medie per ettaro di mais non hanno subito alcun incremento, perché non vi è stata innovazione. L’Italia importa quantitativi sempre più consistenti (tra pochi anni fino a tre milioni di tonnellate di mais, pari a 540 milioni di euro) del mais che non riesce più a produrre. Gli agricoltori italiani oggi perdono il 12% della produzione potenziale, che convertita in resa di un campo coltivato con mais si aggira sui 430 euro per ettaro. Insomma, per la smania di protagonismo di qualche politico, l’Italia rinuncia ogni anno a oltre 600 milioni. Triste constatazione, mentre va in scena la commedia della Finanziaria!

Il lettore penserà: però ci guadagnano la nostra salute e l’ambiente. No! Perché il mais tradizionale contiene una quantità di tossine vegetali di molto superiore, in alcuni casi fino a 100 volte quelle contenute nel mais Ogm. In particolare fumonisine, che causano tumori all’esofago nell’uomo e possono indurre malformazioni al sistema nervoso centrale del feto di donne in gravidanza. Le nuove norme europee per la presenza delle fumonisine (regolamento 1881/2006) prevedono che nei cibi destinati all’infanzia il contenuto di fumonisine debba essere di 200ppb, ossia 20 volte più basso della soglia consentita per il mais non lavorato. Il mais tradizionale, confrontato nell’unico esperimento italiano condotto in pieno campo, ha un contenuto di fumonisine pari a 6000. Ossia è vietato al commercio. Con la nuova normativa europea oltre il 50% di tutto il mais italiano risulterà fuorilegge. Quello Ogm, con 60ppb di fumonisine, è buono anche per i bambini. A peggiorare le cose, da un punto di vista ambientale, sul mais BT non si devono usare pesticidi, mentre sono indispensabili sul mais tradizionale.

Il governo e il Parlamento hanno il dovere di mettere gli agricoltori italiani, che desiderano sperimentare gli Ogm sui terreni di loro proprietà (rispettando la Direttiva europea 556/2003), nelle condizioni di farlo. Nonché di erogare fondi competitivi per la ricerca pubblica in modo da studiare a fondo l'impatto degli Ogm in pieno campo sui suoli italiani, restituendo alla ricerca, anche nel nostro Paese, quel ruolo di alta consulenza che svolge in tutti gli Stati sviluppati. (la Stampa)

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