martedì 11 gennaio 2011

In diplomazia vince sempre la comunicazione. Boris Biancheri

Se qualcuno dubita che la comunicazione sia diventata ormai il primo e fondamentale strumento di governo della politica estera e dei rapporti internazionali, mentre la diplomazia tradizionale ha spesso solo una funzione accessoria ad essa, la lunga intervista con l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, David Thorne, apparsa ieri su queste pagine, dovrebbe aver fugato ogni dubbio. Avevamo tutti avuto una clamorosa dimostrazione della formidabile potenza della comunicazione quando è esploso l’affare Wikileaks: la maggior parte delle notizie diffuse da Wikileaks non ha avuto a tutt’oggi né un carattere dirompente né particolarmente innovativo. I giudizi formulati dai diplomatici americani su uomini di Stato e di governo stranieri e sulla loro politica erano spesso già cosa corrente tra gli addetti ai lavori e non di rado ripresa da pettegolezzi o da organi locali.

Quel che ha avuto carattere dirompente è invece che quei giudizi siano diventati pubblici, che ciò che fino a quel momento dicevano tra loro pochi eletti sia diventato da un momento all’altro una cosa nota a centinaia di milioni, a miliardi di persone.

Per quanto concerne i passaggi di Wikileaks che riguardano il nostro Paese - gli apprezzamenti dell’ambasciata di via Veneto nei confronti del presidente del Consiglio e delle sue «distrazioni», le riserve circa i suoi rapporti con Putin, certi giudizi sulla politica energetica italiana e così via - essi avevano già indotto la signora Clinton a incontrare separatamente Berlusconi nel Kazakhstan e ad affermare formalmente che i rapporti tra Stati Uniti e Italia erano e sono eccellenti. Sicuramente, da novembre in poi vi saranno stati altri discreti interventi con Palazzo Chigi, con la Farnesina, con altri membri del governo o con la nostra ambasciata a Washington per chiarire, appianare e cercare di rasserenare l’atmosfera. Ma anche questo non è parso sufficiente: non basta che si convinca la Farnesina o Palazzo Chigi, quel che è importante è che si convinca il pubblico. Ed ecco che scende in campo l’ambasciatore David Thorne e, da Washington, forse dopo essersi consultato con il Dipartimento di Stato, rilascia una inconsueta, franca ed esplicita intervista.

I rapporti tra Stati Uniti e Italia, dice Thorne, non potrebbero essere migliori. Se essi hanno avuto un momento di appannamento è per un errore, è per colpa di Wikileaks e non perché ciò corrisponda o abbia mai corrisposto alle intenzioni dei due governi; per Berlusconi c’è grande apprezzamento e le sue relazioni amichevoli con Putin non destano più preoccupazione; anche l’Eni non costituisce un problema, ora che ipotizza convergenze tra gli oleodotti South Stream e Nabucco. In particolare sul ruolo italiano in Afghanistan l’ambasciatore è stato caloroso, quasi enfatico.

Tutto questo, mi sembra, dimostra tre cose. Dimostra che una fase di appannamento nei rapporti Italia-Usa per certi aspetti c’era stata, che Wikileaks aveva in effetti lasciato molta amarezza nei nostri ambienti politici, ma che tale amarezza era dovuta non tanto ai giudizi in sé che erano stati formulati quanto alla strumentalizzazione che se ne era fatta nelle polemiche politiche di casa nostra. Dimostra anche, se ce n’era bisogno, che Wikileaks è stato davvero un brutto incidente nel tessuto di relazioni internazionali degli Stati Uniti. La diplomazia da sola fa fatica a sanarlo e l’opera di rammendo prende forma non nel negare ciò che è innegabile ma nell’assicurare all’esterno che le difficoltà sono ormai in via di essere superate. E infine dimostra, come si diceva all’inizio, che nel mondo di oggi, sia all’interno delle nostre democrazie sia nei rapporti tra loro, l’arma fatale, quella che può ferire o uccidere l’altro e che poi, all’occorrenza, si deve usare anche per guarirne le ferite, è costituita non da qualcosa di esclusivo o di remoto ma da ciò che è più vicino a tutti noi nella vita di ogni giorno: da ciò che chiamiamo, appunto, comunicazione. (la Stampa)

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